venerdì 27 gennaio 2012

Si deve temere l'ira di Dio?

Dobbiamo temere l’ira di Dio?

L’espressione ira di Dio, nella teologia biblica cristiana, indica la radicale opposizione, l'intolleranza, manifestata da Dio verso tutto ciò che è peccato. Sebbene l'amore sia inerente alla natura del Dio cristiano, la sua ira è qualcosa che viene suscitato dalla malvagità delle creature umane. Il peccato offende gravemente il suo amore e la sua benignità, è un affronto alla sua misericordia. Esso, quindi, suscita la sua legittima ira. L'ira di Dio è considerata dalla Bibbia come un'opera "singolare" ed "inaudita" (Is 28,21). La misericordia di Dio è inerente al suo stesso carattere (non l'effetto della bontà umana), ma l'ira di Dio è effetto del peccato.
L'ira di Dio non è una retribuzione impersonale ed automatica del peccato, una legge astratta, come da un semplice processo di causa ed effetto. L'ira di Dio, nell'AT è espressione della libera, soggettiva e personale volontà di Dio che attivamente punisce il peccato. Nel NT, allo stesso modo, l'ira di Dio è una reazione personale di Dio, non un'ipostasi indipendente.
Di fronte al male Dio non sfugge alla responsabilità di eseguire il suo giudizio. A volte egli dimostra la sua ira nel modo più personale:
« Ora, fra breve, rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere e ti domanderò conto di tutte le tue nefandezze. Né s'impietosirà il mio occhio e non avrò compassione, ma ti terrò responsabile della tua condotta e saranno palesi in mezzo a te le tue nefandezze: saprete allora che sono io, il Signore, colui che colpisce. »   (Ez 7,8-9)

Nel NT, brani come Gv 3,36 Rm 1,18, Ef  5,6, Col 3,6, Ap 19,15, 11,18, 14,10, 6,16 16,19, cfr. Rm 9,22, essa è specificatamente descritta come ira di Dio, la Sua ira, la Tua ira, o l'ira dell'Agnello. La lettera ai Romani è molto esplicita sull'ira di Dio (Rm 1,18-2,6)

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi, l'apostolo Paolo non lascia alcun dubbio pure sull'espressione ultima dell'ira del Cristo:
« ...e a voi, che ora siete afflitti, sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo con gli angeli della sua potenza in fuoco ardente, a far vendetta di quanti non conoscono Dio e non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza, »   (2Tess1,7-9)

Quando la Bibbia rappresenta l'ira di Dio, essa non è tanto un'emozione o uno stato psicologico alterato, quanto la netta opposizione fra santità e peccato. Di conseguenza, l'ira di Dio si vede dagli effetti che produce, nel fatto che Dio punisca il peccato sia in questa vita che nella prossima. Questi giudizi includono pestilenza, morte, esilio, distruzione di città malvagie, indurimento del cuore e l'esclusione di persone dal popolo di Dio a causa della loro idolatria o incredulità.
L'ira di Dio raggiunge l'aldilà. Questo lo si vede chiaramente quando Gesù descrive il castigo eterno, l'inferno di fuoco,
« ... dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne. »   (Mc 9,48)

Il giorno della finale ira di Dio sul peccato, il giorno del giudizio contro il peccato è la sua condanna irrevocabile del peccatore impenitente.
L'ira di Dio nell'AT è controbilanciata dalla descrizione che fa del Signore come
« ...lento all'ira e grande in bontà, perdona la colpa e la ribellione, ma non lascia senza punizione; castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione. »   (Nm 14,18)

Cfr. Isaia 54,7-10, oppure Salmo 30(29),5(6)
« perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita. Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia. »

(CEI) 29,6, (Nuova Riveduta) 30,5
Di conseguenza, il modo per sfuggire alla legittima ira di Dio è abbondantemente presente sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana. È l'amore di Dio che provvede alla creatura umana una via di fuga. Egli chiama le creature umane a ravvedersi dai loro peccati per ricevere perdono e riabilitazione. Egli riceve l'intercessione di Abramo, Mosè, Eleazar, Geremia in favore del popolo peccatore e stabilisce (nell'AT il sistema sacrificale mediante il quale la sua ira può essere fatta cessare. Nel NT sono gli appelli alla fede, al ravvedimento, e al battesimo nel nome del Signore (che ci salva dall'ira a venire, cfr. 1,9-10.
L'apostolo Paolo scrive a proposito della fede in Cristo:
« Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. »   (Rm 5,9-10)

La parola più impressionante che la Bibbia usa al riguardo del castigo che Dio intende infliggere al peccatore è quella che riguarda "l'ira dell'Agnello" (Gesù Cristo) che pure prende su di sé i peccati del mondo.
(la prima parte dell’articolo è tratta da Wikipedia)
Nell’AT non troviamo espressioni filosofiche a proposito di Dio ma, al contrario, Dio viene presentato come una persona avente l’aspetto, la forma, i gesti di un’esistenza corporea pur venendo descritto infinitamente al di sopra dell’uomo; ciononostante non viene mai detto che Dio abbia un corpo materiale. Tuttavia i suoi atti e il suo aspetto vengono presentati come se avesse un corpo. Dio ha una faccia dalla quale ci si può nascondere: “Ecco, tu mi scacci oggi dalla faccia di questo suolo e sarò nascosto dalla tua faccia; e sarò vagabondo e fuggiasco per la terra, e avverrà che chiunque mi troverà mi ucciderà” Gn 4,14-16[1]). L’espressione “faccia a faccia” suppone una persona della quale si può vedere volto: Or il SIGNORE parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla col proprio amico” (Es 33,11; Dt 34,10). Vi sono altre espressioni che evidenziano come Dio mostri il suo volto all’uomo, finanche al peccatore: Nm 6,25-26; Lv 20,3. A Dio vengono, in tal modo, attribuiti occhi, naso,faccia, bocca, denti, labbra, lingua, orecchie. Dio vede, guarda, ascolta,si affatica, si riposa: Ecco, colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà” (Sal 121,4; cfr. 78,65).
L’attribuire a Dio pensieri e sentimenti umani crea più difficoltà: infatti i sentimenti sono impalpabili e non è possibile riferirli a Dio se la sua esistenza è concepita in modo puramente spirituale; ma se Dio è considerato sotto l’aspetto umano, diventa possibile definirgli dei sentimenti. È quello che si constata nell’AT allorché gli scrittori sacri vogliono presentare le varie espressioni del pensiero divino. Tutto ciò è quello che gli studiosi definiscono antropomorfismo. Non si va alla ricerca di termini particolari da applicare solo a Dio ma si utilizzano termini semplici, lo stesso linguaggio col quale si fanno conoscere i sentimenti umani. Così Dio ama, conosce, si pente, prova piacere, ricompensa, disprezza, respinge, odia, si vendica.
Tra gli altri sentimenti provati da Dio vi è la gelosia: “Io Jhwh, tuo Dio, sono un Dio geloso” (Es 20,5). I testi biblici mostrano che la gelosia di Dio si manifesta comunemente a proposito del culto agli idoli o alle divinità pagane, che secondo la concezione veterotestamentaria viene assimilata alla prostituzione. Anche questo sentimento viene antropomorfizzato: è come la gelosia di un marito verso la moglie che ha molti amanti: tu non adorerai altro dio, perché il SIGNORE, che si chiama il Geloso, è un Dio geloso” (Es 34,14; cfr. Dt 32,16-17; 4,24; 5,9; 6,15.
Ma Dio diviene geloso non solo a causa dell’idolatria ma anche a causa del peccato e della disobbedienza. La sua gelosia diventa sinonimo di ira: “Il SIGNORE non gli perdonerà; ma in tal caso l'ira del SIGNORE e la sua gelosia s'infiammeranno contro quell'uomo, tutte le maledizioni scritte in questo libro gli verranno addosso e il SIGNORE cancellerà il suo nome sotto il cielo” (Dt 29,19). Espressioni del genere assumono in molti casi un valore generale in quanto espongono la gelosia di Dio che si manifesta contro il suo popolo, contro una categoria o contro una singola persona, ed anche contro nazioni pagane che si schierano contro Israele. In certi casi la parola ebraica “gelosia” assume il senso di “zelo”; in tal caso il significato è opposto alla gelosia: mentre questa si manifesta contro il popolo di Dio, lo zelo è contro i nemici di Israele e in favore di questi. Un esempio di questo uso interscambiabile dei termini si trova in Is 9,1-6: il brano termina con questo farà lo zelo del SIGNORE degli eserciti” mentre la versione Diodati riporta “La gelosia del Signore degli eserciti farà questo”[2]. Tale scambio si giustifica con il fatto che Dio è geloso del suo Nome e dispiega il suo zelo per far risplendere la sua gloria (cfr. Ez 39,25; Is 26,11; 37,32; Gl 2,18; Za 1,14; 8,2).
È curioso osservare come i testi della Bibbia nei quali è detto che Dio prova piacere o gioia sono straordinariamente pochi di fronte a quelli nei quali si parla della sua collera. Il motivo potrebbe essere che nelle relazioni tra Dio è l’uomo è prevalente la disobbedienza e il peccato rispetto alla fedeltà. Dunque, nell’AT Dio è presentato più come un giudice severo che come padre amorevole: entrambi gli aspetti coesistono ma l’aspetto maggioritario è a favore dell’aspetto giudiziario. Da qui si comprende perché è così frequente parlare dell’ira di Dio: non vi è praticamente libro dell’AT ove non si parli di ciò.

Cause dell’ira dell’uomo.
Le stesse espressioni usate per l’ira umana ricorrono per descrivere l’ira divina; anzi questa ha una frequenza di ben tre volte superiore alla prima. L’ira dell’uomo è generalmente rivolta verso altri uomini; le sue  motivazioni sono molteplici ma è sempre vista come qualcosa di negativo: “Perché nella loro ira hanno ucciso degli uomini e nella loro malvagità hanno tagliato i garretti ai tori. Maledetta la loro ira, perché è stata violenta e il loro furore perché è stato crudele!Io li dividerò in Giacobbe e li disperderò in Israele” (Ge 49,6-7; cfr. Ge 4,5-7; 27,45; 30,2; 39,19; Es 16,20; 32,19; 2Re 13,19). Nei libri di Giobbe e Proverbi ricorre sovente il giudizio negativo sull’ira degli uomini: “La pietra è grave e la sabbia pesante,ma l'irritazione dello stolto pesa più dell'uno e dell'altra. L'ira è crudele e la collera impetuosa; ma chi può resistere alla gelosia?” (Pr 27,3-4; 30,33; 17,27; 14,17.29).
Vi sono anche casi, sebbene siano assai rari, in cui troviamo l’ira degli uomini rivolta verso Dio: in tali casi la motivazione è sempre la difficoltà da parte dell’uomo a comprendere le vie di Dio “Davide fu grandemente amareggiato perché l'Eterno aveva aperto una breccia nel popolo, colpendo Uzzah. Così quel luogo fu chiamato Perets-Uzzah fino ad oggi”(2Sam 6,8 nuova Diodati; cfr. Ge 4,5; Gn 4,1.9).

Cause dell’ira di Dio.
Al contrario delle motivazioni dell’ira umana, le motivazioni dell’ira divina non sempre sono altrettanto chiare; casi emblematici sono la lotta notturna di Giacobbe (Ge 32,23-33) e la circoncisione del figlio di Mosè (Es 4,24-25). Nella stragrande maggioranza dei casi l’ira divina è suscitata dall’agire dell’uomo. Una causa generale è rappresentata dalla singolare relazione di Israele rispetto a Dio a motivo dell’alleanza e delle condizioni annesse. Spesso i testi menzionano espressamente sia l’alleanza che le infedeltà del popolo: “Perché hanno abbandonato il patto del SIGNORE, Dio dei loro padri: il patto che egli stabilì con loro quando li fece uscire dal paese d'Egitto…il SIGNORE li ha divelti dal loro suolo con ira, con furore, con grande indignazione e li ha gettati in un altro paese, come oggi si vede” (Dt 29,24.27).
Altre volte la causa dell’ira è, come già detto, l’idolatria, che va intesa anche in senso figurato; il Deuteronomio, ad esempio, designa questa infedeltà con un termine tecnico della teologia di questo libro: la disobbedienza (cfr. Nm 11,33).
Tra le cause dell’ira divina non mancano le motivazioni sociali e il comportamento ingiusto verso gli altri uomini : “Non affliggerete la vedova, né l'orfano.  Se in qualche modo li affliggi, ed essi gridano a me, io udrò senza dubbio il loro grido;  la mia ira si accenderà, io vi ucciderò con la spada, le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani” (Es 22,22-24).
Oltre che nei testi legislativi, la motivazione dell’ira divina contro Israele sono maggiormente rimarcate dai profeti (Is 1,15-20; Ger 5,28; Am 5,7.10-12; Mi 3,1). Tra le cause dell’ira è menzionata a volte la dimenticanza degli obblighi dell’alleanza, il culto mescolato all’idolatria, il senso ingiustificato di sicurezza nel tempio di Gerusalemme: in pratica l’arroganza di credersi a posto con il Signore solo perché si appartiene al popolo eletto (cfr. Ger 6,14; 7,4; Ez 13,10-12).
Per quanto riguarda l’ira di Dio contro i popoli, si nota una forte ambivalenza nei testi: da una parte essi vengono puniti perché nemici di Israele (Ger 46-51; Ez 25-32); dall’altra queste stesse nazioni vengono presentate come strumento dell’ira di Jhwh per punire il suo popolo:  “Guai all'Assiria, verga della mia ira!
Ha in mano il bastone della mia punizione”
(Is 10,5; 13,5; Ger 50,25; Lam 3,1).

Alcune considerazioni sull’ira di Dio.
Colpisce la mancanza di riluttanza a parlare dell’ira divina da parte degli scrittori sacri, anche ricorrendo ad immagini vivide e fantasiose quali le fiamme sprigionantisi dalle narici (Is 13,13; 30,30; Mi 7,9; Dt 3,26; Ger  7, 29; Ez 21,36). Tra queste espressioni pittoresche non mancano sentimenti di odio e vendetta. Duplice è la direzione della vendetta di Dio: contro il suo popolo a motivo delle infedeltà; contro i popoli vicini per le ingiurie ed il sangue versato tra il popolo di Dio. Jhwh è un “Dio della vendetta” (Sal 94,1). Il giorno del giudizio è spesso definito come “giorno della vendetta” : “Questo giorno, per il Signore, per il DIO degli eserciti, è giorno di vendetta, in cui si vendica dei suoi nemici. La spada divorerà, si sazierà, si ubriacherà del loro sangue; poiché il Signore, DIO degli eserciti, immola le vittime nel paese del settentrione, presso il fiume Eufrate” (Ger 46,10; cfr. Is 61,2; 63,4). È detto che, nella sua ira, Jhwh odia, disprezza, ha in abominio coloro che si volgono contro di lui (Dt 1,27; 9,28; Pr 3,32; Am 5,21).
Quali che siano le concezioni teologiche, semplici o evolute, e le immagini usate, si parla sempre dello stesso Dio che viene presentato in contatto diretto e personale con l’uomo: gli parla, gli mostra il suo amore, la sua giustizia, ma anche la sua ira. Questo è il Dio della Bibbia, non quello dei filosofi, impassibile davanti agli eventi umani. Questa crudezza di immagini è anche un preludio alla fondamentale dottrina dell’incarnazione. Il Dio tratteggiato nell’AT quasi ad immagine dell’uomo è lo stesso che, al tempo stabilito, si è abbassato incarnandosi in Gesù: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi” (Gv 1,14). Davanti ad espressioni così umane si può certo ricordare che l’antropomorfismo dell’AT ha il suo naturale prolungamento nell’incarnazione: in essa ha compimento quanto fino ad allora non era che espressione verbale. Gli scrittori dell’AT sono sempre legati alla terra, hanno conosciuto le asperità e le difficoltà del vivere umano, perciò sono immersi nel vissuto concreto che non le speculazioni filosofiche. Il loro Dio che si adira e che odia non è il Primo Motore Immobile di Aristotele ma il Dio del NT e che verrà presentato come “amore” (1Gv 4,8; Rm 8).
Da quanto emerso sull’ira di Dio è evidente che la venuta di Cristo non significa semplicemente grazia a buon prezzo per tutti. Dio resta giudice e la fede cristiana nella grazia di Dio non consiste nella convinzione che non esista l’ira divina e non vi sia un giudizio che incombe minacciosamente (2Cor 5,10), ma nella convinzione di essere salvati dall’ira divina. Se Dio ci ha destinati ad essere “vasi di misericordia” (Rm 9,23), significa che la salvezza offerta deve essere meritata, ossia accettata. Se la salvezza dall’ira eterna si trova soltanto in Cristo, tutto dipende allora dal rifiuto di Cristo o dall’accettazione di ciò che Cristo è; si tratta di vedere se l’uomo respinge Cristo o accetta che lui lo faccia suo. È ciò che avviene per mezzo della fede. Chi crede al Figlio non deve più temere il giudizio divino perché per lui ha valore solamente la promessa della vita eterna che in Giovanni ed in Paolo serve a descrivere il frutto della misericordia divina in contrapposizione alla perdizione, intesa come frutto dell’ira divina.
Possa Iddio concederci di essere preservati dalla sua ira ed entrare nella sua gioia, la quale è la forza del cristiano.



















[1] Il brano è tratto dalla versione della Bibbia di Diodati in quanto mantiene l’originale del termine “faccia” rispetto alle altre.
[2] Sottolineature nostre.

1 commento:

  1. Ti ringrazio Antonio.. gentilissimo e disponibile come al solito ;) poi domani ti riferirò qualche commento in diretta dopo il culto. Comunque mi è parso giusto e logico il concetto in cui si tiene conto che la grazia di Dio va meritata..e di co...nseguenza evitata l'ira! Insomma..credo che non bisogna nascondere che Dio possa essere adirato con noi per delle malefatte..così come dei genitori possono inquietarsi con i propri figli ma non per questo rinnegarli!?! Piuttosto è anche palese come nei vari secoli nonostante tutte le azioni malvagie dell'uomo Dio abbia comunque trovato delle vie di comunicazione tra Lui e noi ..soprattutto nella venuta di Gesù e nella successiva parusia che tanto attendiamo! Insomma, mi sembra che quest'ira che spesso si vuole nascondere infondo sia anche un modello di educazione da non sottovalutare ..al pari della grazia, giustamente innalzata! ..ma sono solo riflessioni personali.

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