I cristiani ed i beni terreni nel vangelo di Luca
Obiettivo di questo lavoro è analizzare il rapporto tra i cristiani e i beni terreni nel vangelo di Luca. Faremo questo prendendo in esame il brano di Lc 16,19-31.
Il metodo adottato è quello sincronico, ossia lo studio del testo nella sua manifestazione letteraria. Questo metodo si compone delle seguenti fasi:
Fase preparatoria, delimitazione della pericope
1 Approccio globale
1.1 CONTESTO
1.2 TESTO a) dati b) conclusioni
1.2.1 Struttura
1.2.2 Genere letterario
1.2.3 Parole-chiave e campi semantici
1.3 CONCLUSIONI
2. Approccio analitico
3. Sintesi teologica e attualizzazione
Brano analizzato: Lc 16,19-31
«[19]C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso, e tutti i giorni banchettava lautamente. [20]Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, [21]bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. [22] Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. [23]Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. [24]Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. [25]Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. [26]Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. [27]E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, [28]perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. [29]Ma Abramo rispose: Hanno Mosè ed i Profeti: ascoltino loro. [30]E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. [31]Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».
Delimitazione della pericope
Il brano si nota per il suo stile parabolico introdotto dalle parole “C’era un…”. Tale inizio consente una facile delimitazione, perché il brano si stacca nettamente dai versetti precedenti, che trattano del matrimonio, e dai versetti seguenti nei quali è evidente il cambio di genere letterario dovuto sia alle parole iniziali del cap. 17 “disse ancora”, che dall’argomento trattato: lo scandalo. Quindi la diversità di genere letterario e di argomento dei testi immediatamente precedenti e seguenti favorisce la delimitazione del brano in questione, che appare compatto e costituente un’unica unità letteraria anche se, come spiegheremo più avanti, può essere suddiviso in due sezioni.
Questi elementi, però, non consentono di fare del brano una sezione a sé stante per evidenti collegamenti sia con il blocco 1-13 (anch’esso divisibile in due unità: vv. 1-8 e 9-13) dello stesso capitolo, sia con la serie di parabole contenute nel capitolo 15, per ciò che riguarda il genere parabolico.
Possiamo concludere, dunque, che il brano 16,19-31 è ben definibile e collegabile con ciò che segue e che anzi sono i duo loghion sulla legge e sul divorzio a costituire una “intersezione difficilmente classificabile”[1].
1. Approccio globale
1.1. CONTESTO
1.1.1 Contesto ampio
Siamo nella seconda parte del vangelo di Luca, che parla del viaggio di Gesù verso Gerusalemme: 9,51-19,48. Essa può a sua volta essere suddivisa in quattro rispettive sezioni tenendo conto delle quattro introduzioni stereotipate πορεύεσθαι εις Ιερουσαλήμ “viaggiare verso Gerusalemme”, che le delimita così:
9,51-13,21 – 13,22-17,10 – 17,11-19,27 – 19,28-48
Si nota che le prime tre terminano con una parabola: il grano di senape, il povero servo, le mine. Noi ci muoviamo all’interno della seconda sezione dove Gesù insegna fra discepoli e farisei. Questa sezione si compone di insegnamenti dialogici, introdotti da problemi a Lui posti dal pubblico (vedi 13,23; 14,15), dai farisei (13,31; 14,1ss; 15,2; 16,14), mentre alla folla (14,25) e ai discepoli Gesù si rivolge direttamente senza domande previe (16,1; 17,1).
Questa parte è scomponibile in sei unità letterarie:
13,23-30 raccoglie due serie di loghia che riguardano l’escatologia futura;
14,1-24 inquadrata nella cornice di un banchetto in giorno di sabato presso un capo dei farisei;
Cap. 15 le mormorazioni di scribi e farisei (chiaramente definita dalla cornice iniziale) perché Gesù accoglieva e mangiava con pubblicani e peccatori;
Cap. 16 che narrativamente vuol continuare ad esporre l’insegnamento di Gesù (“diceva poi anche…”) rivolto ai discepoli;
17,1-10 discorso diretto ai discepoli che poi verrà interrotto a metà dall’intervento degli apostoli.
1.1.2 Contesto immediato
Il cap. 16 di Luca potrebbe essere intitolato “istruzione sul buon uso della ricchezza”. Il capitolo presenta una struttura assai evidente: la parabola del fattore infedele (vv. 1-13); un gruppo eterogeneo di loghia (piccola unità a sé stante vv. 14-18); la parabola detta “del ricco epulone” (vv. 19-31).
Possiamo ritenere tra l’altro che il v. 14 sia il trait-d’union tra la prima e la seconda parabola, dove nella prima ci viene dato un insegnamento sul come usare i beni terreni e nella seconda vi è un suggerimento sul come non usarli.
Capitolo 16: struttura
Parabola del fattore infedele vv. 1-13 (v. 8 termina la parabola; vv. 9-13 insegnamento sull’uso del denaro)
Unità a sé stante vv. 14-18 (v. 14 trait-d’union tra la I e la II parabola)
Parabola del ricco epulone vv. 19-31
La prima parabola del fattore disonesto ed astuto finisce con l’osservazione amara che “i figli di questo mondo sono più sapienti, nel loro genere, di quelli della luce”. La parenesi seguente 16,9-13 è unificata dalla parola iniziale (inclusione) “mammona”, infatti comincia con “E io vi dico: fatevi degli amici con la mammona ingiusta” (16,9)[2]; e dopo alcuni detti che giocano più o meno sullo stesso argomento, termina con “Non potete servire a due padroni… Non potete servire Dio e mammona” (16,13).
Al centro troviamo, come specificato prima, i vv. 14-18: i farisei dopo aver sentito Gesù si beffeggiano di lui (v. 14 centrale); seguono quattro loghia eterogenei di cui solo il secondo e il terzo sono legati in maniera più evidente dalla parola-gancio υομο (legge) v. 16-17 mentre il v. 18 può essere considerato una specificazione-attualizzazione del tema precedente.
Segue in continuità senza alcuna altra introduzione narrativa la parabola del ricco e del povero Lazzaro (16,19-31) che andremo ad esaminare meglio nei suoi diversi punti.
1.2 TESTO
1.2.1 Struttura
Il nostro brano può essere diviso in due parti:
1) 16,19-26
2) 16,27-31
Tale suddivisione è suggerita dal cambiamento di tema, infatti la prima (16,19-26) pre-lucana e conclusa in se stessa, si limita a descrivere la vita di benessere che il ricco aveva condotto senza dare particolari sul suo comportamento morale. La seconda parte (16, 27-31) può essere presa come reinterpretazione che prosegue il racconto precedente cambiando il tema, o meglio, il centro tematico che è quello del ravvedimento dei ricchi e il rapporto con la legge.
Presentiamo lo schema della struttura dell’intera pericope:
v. 19 a) descrizione del ricco
b) descrizione della sua situazione
v. 20) a’) descrizione del povero, con identificazione (nome)
b’) descrizione (prolungata) della situazione del povero
v. 21 c) ulteriore accentuazione della situazione disastrata
* da notare la stretta vicinanza materiale nella quale si trovano e come, nello stesso tempo, ci si ignora: questo prepara la prossima distanza (v. 26) e la cercata vicinanza (v. 24).
v. 22 intermezzo a) morte di Lazzaro (descrizione prolungata e positiva)
b) morte del ricco (descrizione stringata)
* già qui si prepara la divergenza e il ribaltamento della situazione terrena.
v. 23 nuova situazione del ricco (parte narrativa-descrittiva)
v. 24 cambia il genere letterario: discorso diretto
* da questo punto in poi lo schema diventa alternato con ritmo martellante e crescente fino a concludersi al v. 31.
a) grido del ricco
v. 25 b) risposta di Abramo
v. 26 c) spiegazione della negazione
* conclusione della prima parte.
v. 27-28a a) richiesta del ricco
v. 28b spiegazione della richiesta
v. 29 b) risposta perentoria di Abramo
v. 30 ulteriore tentativo del ricco
v. 31 c) conclusione del discorso e centro della parabola
La prima parte si può suddividere secondo lo schema a, b, a’, b’, il quale si deduce dal contrasto fra situazione iniziale e finale dei due personaggi.
a) un uomo ricco che vestiva di porpora v. 19
b) un uomo mendicante di nome Lazzaro v. 20
a’) tu (il ricco) sei tormentato v. 25
b’) ora lui (Lazzaro) è consolato v. 25
a) un uomo ricco vestiva di porpora e di bisso
a’)\ banchettava lautamente
a’’) è tormentato
b) un mendicante di nome Lazzaro
b’) giaceva coperto di piaghe bramoso di sfamarsi
b’’) è consolato
Siamo di fronte al contrasto tra un ricco e un povero, infatti come già detto questa prima parte non vuole essere un rimprovero ai ricchi ma mira unicamente a presentare la situazione di contrasto, come lo schema a, b, a’, b’ evidenzia. Inoltre il v. 26 pone plasticamente la distanza che in vita separa la condizione sociale fra il ricco e Lazzaro, e che li separa anche nella morte. La valenza di questa sezione è il rovesciamento della situazione che costituisce la speranza che sostiene i poveri (v. 25) senza per questo essere un’accusa per i ricchi.
La seconda parte del brano costituisce una esplicitazione della prima ed è ad essa legata dalla parola “padre” (πατερ) che ricorre ai v. 27 e 30 (cfr v. 24). Vi è un cambiamento anche nei personaggi: Lazzaro non è più menzionato, restano il ricco e Abramo e vengono nominati i fratelli del ricco. Inoltre dal racconto, caratteristica della prima sezione, si passa al dialogo. La parola “ricco”, usata tre volte nella prima sezione scompare, resta la parola “tormento” (v. 28) che funge da collegamento.
Conclusioni
Quanto esposto sopra ci consente di trarre le seguenti conclusioni:
- La suddivisione in due sezioni del brano postula un approfondimento nella comprensione del testo che dapprima fu recepito come parabola ed i seguito l’evangelista aggiunse la seconda sezione con il nuovo tema del ravvedimento dei ricchi. Il mondo pagano conosce già una simile storia[3] ma manca il contenuto essenziale, ossia la speranza dei poveri. Tale contenuto deriva dalla teologia lucana, come spiegheremo nella sintesi teologica.
- Il brano si limita a fotografare la situazione del ricco e di Lazzaro prima e dopo la loro morte senza fornire giudizi etici.
- Si intuisce la presa di posizione lucana sul tema della povertà e della ricchezza dal forte contrasto con cui vengono presentati i personaggi.
- Compare la prospettiva escatologica della retribuzione dopo la morte.
- Tutto il brano vuole costituire un insegnamento sulla ricchezza, vista in modo negativo, in linea con il pensiero di Luca.
- Le due parti del brano sono unite ed intrecciate fra loro in modo mirabile e costituiscono un unico testo, come si può intuire dalla strutturazione.
1.2.2 Genere letterario
Il brano ha un genere letterario parabolico-parenetico, come notiamo sia dal suo complesso che dall’inizio “c’era una volta…” tipico dei racconti parabolici.
Si vuole dare un insegnamento, anche se in modo implicito, e per farlo si richiama ad un aspetto paradossale (cfr. il miracolo richiesto al v. 27). Ma vi è anche un genere apocalittico-escatologico desunto dalle parole tormento, abisso, ade, dagli elementi della natura (fuoco e sete), dal tema della retribuzione (v. 25).
Conclusioni
Il genere parabolico non mira a dare una verità astratta, avulsa dalla situazione concreta, ma è rivolta a persone che hanno bisogno di essere scosse, esortate (farisei e discepoli), confortate nel loro credere (i poveri di Luca). Il genere parenetico è un ammonimento implicito nel quale senza formulare giudizi morali si intende insegnare come fare uso rettamente dei propri beni. Il genere apocalittico aiuta l’idea contenuta nella parenesi rafforzandola.
1.2.3 Campi semantici e parole-chiave
Ricorrono con frequenza le parole:
- ricco (πλουσιω) 3 volte vv. 19.21.22
- povero (πτωχο) 2 volte vv. 20.22
Inoltre l’autore ruota sulle parole tormento (βατανο 2 volte vv. 23.25) e tortura (οδυνω 1 volta v. 24). Il tema della ricchezza è alla base del nostro brano, come si desume in modo evidente dalla prima parte.
Caratteristico è il termine πλουσιος che compare nel NT 24 volte (16 nei vangeli di cui 11 in Luca: 4 volte nel cap. 16 e ben 3 volte nel nostro brano). Il termone significa basilarmente abbondanza di beni, benessere ed esistenza felice, elementi che esprimono benedizione divina. Viene riferito come aggettivo da Luca in senso materiale a persone. Luca si occupa della condizione sociale dei personaggi: il giovane ricco è anche un notabile, la parabola del ricco epulone è preceduta dalla critica ai farisei. Per Luca essere ricchi è un impedimento a seguire Gesù. Ruotano attorno ad esso o richiamano il concetto le parole: vestito di porpora, il bisso, banchettava ogni giorno splendidamente, di nuovo il termine ricco, beni (v 25).
In parallelo contrapposto vi è il tema della povertà desunto dalla parola πτωχος e da ciò che vi ruota intorno. Πτωχος appare 34 volte nel NT, 24 nei vangeli di cui 10 in Luca e ben 5 volte in rapporto ai ricchi: 2 nel nostro testo e in 6,20; 14,13; 21,3. Esso indica il povero, l’assoluta mancanza di mezzi che costringe a chiedere l’aiuto altrui. Lazzaro è alla porta del ricco ed i cani gli stanno intorno, particolare che indica il massimo della miseria in cui si può ridurre un uomo. Le parole richiamanti questo stato sono: mendicante, giaceva alla porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi, i mali.
Troviamo anche i temi contrapposti della gioia e della sofferenza che poi, dopo la morte, diventano tormento per l’uno e consolazione per l’altro. Il tema della misericordia, cara a Luca, lo lega con filo sottile al cap. 15. Il grido “abbi pietà di me…” (ελεή ον) in Luca è riscontrabile solo in tre testi:
1) 16,24 2) 17,13 3) 18,38-39
In 16,24 il termine “Padre Abramo” che precede presenta la richiesta intesa come misericordia di Dio e degli uomini mentre lo stesso grido negli altri due brani è rivolto al Gesù terreno (rispettivamente i dieci lebbrosi, il cieco) quindi esplicitato come richiesta di misericordia a Dio. Dal raffronto del nostro brano con gli altri due citati emerge qualcosa di singolare: per i lebbrosi e il cieco il grido trova ascolto. Per il ricco no. si pone il problema, perché accade? Perché i temi della conversione e della misericordia in Luca trovano la loro concretizzazione in vita, ora il ricco invoca pietà in morte ma non a causa di conversione ma semplicemente per lenire la propria sofferenza. Nemmeno quando vi è la richiesta del miracolo (v.17) c’è vera conversione ma solo l’intenzione di evitare la triste sorte ai propri fratelli.
Abramo fa riferimento alla Legge e ai profeti non soddisfacendo la richiesta di miracolo, infatti l’ultimo tema del nostro testo è proprio quello della Legge. In Luca solo due volte troviamo Legge e Profeti in parallelo e precisamente 16,29.31 e 24,27.44. La seconda parte della parabola, infatti, ha il suo centro e culmine nel v.31. Anche qui come nella prima parte c’è un forte contrasto tra la testimonianza del miracolo e la testimonianza delle Scritture. Gesù insisterà molto su questo tipo di testimonianza (come nel secondo testo citato 24,27.44) e Luca ne farà uno dei motivi principali del libro degli Atti (cfr. 10,43 ss). Ma il tragico è che chi ha il cuore appesantito dai beni terreni ne può percepire e recepire l’invito alla conversione contenuto e presentato dalle profezie veterotestamentarie. Anche se un morto risuscitasse non crederebbero: Luca ha già espresso un giudizio sull’efficacia dei miracoli (10,13) e anche Giovanni ne farà uno dei suoi temi (5,46), sottolineando soprattutto la superiorità dei segni spirituali su quelli corporali (14,11; 20,29).
2. Approccio analitico
v.19 Due tratti caratteristici per il ricco e due per il povero, con attenzione lucana per il povero: dalla menzione del nome “profetico” quasi presagisca ciò che accadrà al v.22, versetto d’intermezzo che prepara il passaggio all’argomento successivo. La presentazione del ricco è stringata ma ricavata dalla realtà ad indicare che chiunque può essere quel ricco.
v.22 Si ha un capovolgimento della situazione; nella morte si eguagliano, si rende giustizia e si manifestano subito le sorti. Εγενετο, frequente nei LXX e non raro in alcune parti del NT (Sinottici, specialmente in Luca ed Atti); è un semitismo molto caro a Luca. È un uso dovuto al desiderio di dar subito al principio della frase un’indicazione verbale-temporale[4]. Per noi questo ha una doppia valenza perché la locuzione di tempo “ora avvenne che…”[5] sta ad indicare l’immediatezza del compiersi dell’azione dei personaggi e l’essere sempre attuale per gli ascoltatori.
Il grembo (κολπος) è presente solo cinque volte nel NT di cui tre in Luca (6,38; 16,22.23) e due volte in Giovanni legato nella prima citazione (Gv 1,19) a Dio e nella seconda a Cristo (Gv 13,23) mentre in Luca due volte è legato al termine Abramo (contenute nel nostro brano) e una volta intesa come grembo umano in modo indiretto (Lc 6,38). Questa espressione, rara negli scritti rabbinici, “riposare nel seno di Abramo” sta ad indicare la gioia eterna dei giusti. Gesù si adatta alla concezione palestinese dei suoi tempi sulla felice permanenza dei giusti nello Sheol.
v.23 Appare la parola equivalente greco dell’ebraico sheol. Essa è presente 12 volte nel NT di cui 4 nei vangeli e precisamente 2 volte in Luca (10,15 e 16,23) e a volte negli Atti (2,27-31).
In Luca 10,15 l’espressione greca του αυτον sta ad indicare moto a luogo e viene utilizzata come iperbole cioè una figura retorica che serve a sottolineare fortemente il concetto espresso.
v.24 Da questo versetto si passa al discorso diretto introdotto dall’espressione και αυτο. Questo modo di iniziare una nuova proposizione è frequentissimo in Luca e caratteristico del suo stile (più di 20 volte). Il dialogo tra il ricco e il padre Abramo serve a commentare il rovesciamento di situazione.
v.25 Questo versetto conclude la prima parte della parabola. Il primo termine che incontriamo è presente 24 volte nel NT, di cui 9 volte in Luca. In Luca 1,54.72 è legato alla legge e alle promesse di alleanza; in 16,25 e in 23,42 memoria degli episodi della propria vita; in 22,19 è intesa come anamnesi; i versetti rimanenti sono solo memoria astratta (24,6.8; 22,61).
Nel nostro versetto si intende come rilettura della propria vita da parte del ricco, dove l’imperativo aoristo positivo ordina di dare inizio ad un’azione nuova.
Altro termine è απελαβε collegato al precedente esprime il senso di ricevere al completo, l’aoristo una volta per tutte; il ricco ha dunque saldato il suo conto e non ha più diritto a nulla.
vv.29.31 L’imperativo ακου α τω αν ordina di dare inizio ad un’azione nuova ed è l’unico imperativo che troviamo nel nostro brano.
v.31 Il termine ανας, un congiuntivo attivo aoristo con εαν può indicare un’ipotesi più che un fatto reale.
3. SINTESI TEOLOGICA E ATTUALIZZAZIONE
Il brano in questione rientra nella catechesi sull’uso dei beni terreni che soggiace, anche se è ben evidente ad uno sguardo approfondito, al Vangelo di Luca. Infatti, se è l’unico che si preoccupa di annotare le condizioni sociali delle persone che man mano si incontrano nel racconto (cfr. i discepoli che hanno lasciato ogni cosa Lc 5,11-28; la parabola del ricco stolto e della fiducia nella provvidenza Lc 12).
Luca, dunque, presenta l’essere ricchi in modo sfavorevole ma sia quasi a pretendere una rinuncia obbligatoria alla ricchezza, come se queste fossero la condizione unica e necessaria per entrare nel Regno a scapito di ben altre condizioni più necessarie. Né Luca propone la povertà come ideale di vita come alcune filosofie caldeggiano e, peggio, come fuga dalle responsabilità. Luca propone una volontaria rinuncia alle ricchezze ai discepoli di Gesù per meglio occuparsi delle cose del Regno. La ricchezza per Luca costituisce un impedimento ad accettare l’Evangelo, per questo viene presentata in modo negativo (cfr. l’annotazione alla parabola del giovane ricco “divenne triste perché era molto ricco”). Ma che ai ricchi non venga impedito a priori l’accesso al Regno ei evince dal fatto che l’evangelista non formula giudizi su di loro, eccezion fatta per i farisei ma per ben altri e conosciuti motivi (e questo collega il nostro brano con il loghion di Lc 16,14-15) e d’altro canto egli narra la conversione di Zaccheo che era ricco. La rinuncia a ciò che per un certo modo considera un valore supremo, la ricchezza, deve derivare dall’incontro con il Signore e solo da questo; non può, quindi, essere imposta. Tale rinuncia da parte del discepolo, però, ha una forte carica testimoniale contro coloro che fanno cattivo uso della ricchezza.
Luca mostra il giusto atteggiamento di chi ha dei beni presentando Zaccheo che da la metà dei suoi averi in sintonia con le prediche sociali del Battista e di altri brani che spingono all’elemosina (Lc 3,10-14; vedi anche Is 58,7; At 11,27-30; Lc 11,39-41; 12,33; At 10,36; ecc…). Per Luca, dunque, la sequela Christi vissuta fino in fondo comporta la volontaria rinuncia alle ricchezze e la condivisione dei propri averi con i poveri. La povertà, appunto perché mette in condizione di doversi affidare a qualcuno, predispone meglio ad accogliere il Signore e il suo messaggio.
Il brano da noi esaminato rientra in questo quadro teologico per i motivi che abbiamo evidenziato nell’esposizione. L’insegnamento è appunto quello sottolineato da sempre anche dalla saggezza popolare, che la ricchezza non fa la felicità. Anzi la povertà diventa condizione favorevole all’accettazione del messaggio evangelico. Gesù scegliendo di nascere umile e povero mostra come questa situazione sia nella sollecitudine di Dio: il povero ora ha una speranza perché Dio si prende cura di lui. attraverso il riferimento a Mosè e ai profeti contenuto nei vv. 29-31, Luca ha impresso alla parabola un carattere parenetico-pastorale: chi si preoccupa dei poveri non ha bisogno dell’avvertimento dell’aldilà. Lazzaro giace davanti alle porte del ricco, quasi ad assumere il ruolo di giudizio sul ricco; potremmo azzardare l’idea che i poveri sono l’accusa vivente dei ricchi un po’ come i lebbrosi lo erano per la società del loro tempo.
Anche oggi la povertà continua ad accusare i ricchi in un mondo dove circa il 20% sfrutta il restante 80% per procacciarsi non solo il proprio sostentamento ma il superfluo più superfluo. Anche oggi i poveri giacciono davanti alle porte dei ricchi, desiderosi di sfamarsi con le briciole. I cristiani sono chiamati a testimoniare il Vangelo, a riconsiderare il loro modo di vivere la fede e ad uscire dal “sonno del giusto”.
Bibliografia
S. Ernest, Il Vangelo secondo Luca, vol. II, Morcelliana 1990
S. Ernest, Luca. Un ritratto teologico, Morcelliana 1988
B. Prete, L’opera lucana, contenuti e prospettive, LDC 1986
H. Gressmann, Vom reichen Mann und armen Lazarus, ABA, Berlino 1918
Kittel, Grande lessico del NT, Paideia
B. Corsani, Esegesi di un testo biblico, Claudiana
G. Barbaglio, I Vangeli, Cittadella editrice, Assisi
G. Nolli, Evangelo secondo Luca, ed. Vaticana
[1] J. Ernst, Luca, un ritratto teologico, ed. Morecelliana 1988
[2] Termine presente nell’originale greco.
[3] H. Gressman, Vom reichen Mann und armen Lazarus, ABA, Berlino 1918.
[4] G. Bonaccorsi, Primi saggi di filologia Neotestamentaria, vol. I, 1933
[5] Cfr. Nuovissima versione della Bibbia, Luca, EP, i Vangeli, Barbaglio, Cittadella.
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