martedì 3 gennaio 2012

Ellenizzazione del messaggio cristiano o inculturazione?

Ellenizzazione del messaggio di Cristo o inculturazione?
Spesso da più parti giunge l’accusa che l’incontro tra cristianesimo e civiltà greca abbia prodotto un tradimento della genuinità del messaggio evangelico per favorire una inculturazione nel mondo ellenico tale da produrre un ibrido tra il prodotto più eccelso di quella civiltà, la filosofia, e la fede in Cristo. Si passa sotto silenzio, però, il poderoso e geniale lavoro svolto dai teologi cristiani dell’epoca di mediare le istanze della fede con la nuova cultura  ove quelle medesime istanze impattavano. Si è trattato di un lavoro  nient’affatto pacifico né esente da dolori e sofferenze, causando scismi e divisioni in seno al cristianesimo, alcuni dei quali perdurano tutt’ora.
Il cristianesimo  nell’incontro con il mondo greco ha dovuto superare, sostanzialmente, due tipi di obiezioni: metafisica riguardo all’incarnazione ed etica riguardo alla morte del Cristo (la famosa pazzia della croce di paoliniana memoria 1Co 1,18). L’obiezione metafisica contro la divinità di Cristo prende corpo a partire da due concetti strettamente legati tra loro pur se distinti: la trascendenza di Dio e la contingenza storica di Cristo. Concetto di fondo del pensiero greco è l’impossibilità di un intervento reale e personale di Dio nel mondo e nella storia. Questi due concetti sono fondamentali nelle correnti filosofiche platoniche e stoiche. Secondo questi ultimi, l’universo è in sé chiuso e immutabile non ammettendo interventi dall’esterno. Il mondo dei greci è cos’ un mondo senza  storia, un ordine eterno in cui il tempo non ha alcuna efficacia, sia che lasci l’ordine sempre identico a se stesso, sia che generi una successione di eventi che ciclicamente tornino al punto di partenza ripetendosi indefinitamente. Al contrario, l’idea che il mondo è aperto ad interventi esterni (Dio) era impossibile prima che il cristianesimo venisse a sconvolgere il mondo degli elleni. È evidente la profonda diversità di pensiero tra cristiani e greci.
Per i greci è proprio l’umanità di Cristo a rendere filosoficamente impossibile la sua divinità; infatti l’incarnazione presuppone un mutamento e una degradazione, cosa impossibile in una divinità immutabile ed immobile. Perfino il cosmo (ossia l’esistente, la materia di cui è fatta tutta la realtà) era eterna e promanava dalla divinità per emanazione e non per creazione (la quale suppone un intervento diretto e quindi un mutamento) e abbisognava di una divinità intermedia, il Demiurgo, per garantire l’assoluta trascendenza della deità.
Per superare queste obiezioni, i teologi cristiani identificarono il Gesù storico con il principio universale del Logos. Ma che cos'è il Logos? Con tale termine gli Stoici non intendevano solo la ragione o il ragionamento corretto, ma anche e soprattutto una legge universale che governa tutte le cose, dunque anche il principio immanente (= interno) della realtà e ciò che dà origine all'universo stesso. Il Logos è dunque un principio divino che pervade tutto l'universo. Questa soluzione se da un lato permetteva di risolvere la contraddizione della trascendenza e dell’immanenza di Dio nell’universo e nella storia (in Cristo-Logos il Dio-Assoluto e trascendente diventa immanente e  contingente, cioè persona umana) dall’altra offriva il fianco a quella che sarà l’idea, presto abbandonata, del subordinazionismo del Figlio al Padre e che sfocerà nell’eresia ariana. Il merito, però, è di aver cristificato di colpo tutto il reale perché tutto il reale aveva per i greci la sua intelligibilità dal Logos. Una nozione che era già implicita nel concetto di Sapienza di Proverbi 8 e del Logos giovanneo. L’esempio della grecità evidenzia che la fede esige sempre un salto e un superamento del proprio orizzonte culturale. La filosofia greca trovò nella metafisica del Logos la via naturale per impostare il discorso sulla divinità di Cristo ma trovò in esso anche il suo limite: i greci cercavano un Dio trascendente e si scandalizzavano dell’umile storia di Gesù di Nazareth, il Dio con noi (l’Emmanuele di Is 7,14; cfr Mt 1,23). L’esperienza di Cristo come salvatore influisce sul processo teologico di chiarificazione della sua divinità. E così non poteva non essere dato che il cristianesimo non è una religione come le altre ma è l’esperienza vissuta con un uomo che è anche Dio: Gesù il Cristo.

Nessun commento:

Posta un commento