Ontologizzazione del messaggio cristiano?
La particolare diffidenza dei pensatori cristiani verso la filosofia greca è evidente dalla ritrosia ad adottare termini propri di questa. La stessa parola teologia, cioè il discorso intorno all’inesprimibile, viene sostituita con il concetto di theosebeia, intesa in senso di pietas, religio, come designazione del cristianesimo e delle sue dottrine. Atenagora addirittura vede nel termine teologia l’idea di costruire, inventare delle divinità. Se in seguito i cristiani accetteranno questo termine lo faranno sempre tenendo presente l’inadeguatezza della parola umana ad esprimere le realtà derivanti dalla rivelazione.
I teologi cristiani entrarono in contatto con termini filosofici che potevano adattarsi a veicolare il messaggio evangelico. Essi però non potevano essere accolti tout court ma dovevano venire depurati da ogni possibile equivoco che l’uso dello stesso termine in filosofia poteva ingenerare qualora trasfuso nel pensiero biblico. Le controversie dottrinali dei primi secoli e che causarono i primi concili ecumenici per stabilire ortodossia e identificare l’eresia, ben mostrano come le discussioni vertevano proprio sul significato corretto da attribuire a questi termini dedotti dalla filosofia. Le eresie ariana, pneumatochiana, moniarchiana, apollinariana, monofisita, vertevano intorno a parole quali ousìa, homoousìa, logos, pneuma, hypostasis, agennetos, prosopon. Anche in ambito ortodosso, l’uso di questi concetti ingenerò non pochi equivoci tra la teologia di tipo occidentale e quella di tipo orientale che usavano termini diversi per esprimere i medesimi concetti. Certo è possibile imputare, con il senso di oggi, la scelta per la filosofia greca come un male che ha tenuto inchiodata la fede cristiana essenzialmente mobile e storica nella fissità della metafisica greca, determinando così la crisi religiosa dell’uomo di oggi. Ma di questo pericolo non si rendeva conto il teologo cristiano dell’epoca, pressato da altri appelli quali mediare la fede nel mondo culturale greco.
Quanto sopra è ben rappresentato dalla difficoltà per il mondo greco di concepire l’incarnazione. L’impatto della predicazione della croce sulla visione etica dei greci, tutta dominata dal valore supremo della sophia, faceva ritenere ad essi immorale parlare di un Dio crocifisso. Il mondo culturale greco era dominato da un dogma: Deun non miscetur hominibus. L’incarnazione distrugge la prerogativa divina dell’immutabilità e comporta una degradazione. Ora, lo scandalo dei greci di fronte all’idea dell’incarnazione sembra in contraddizione con credenze religiose radicate nella religiosità ellenistica, quali Attis e Adone che, secondo alcune leggende, nascevano da madri umane. In questi miti, però, non si configura nessuna vera idea di incarnazione analoga a quella cristiana. La loro nascita era espressione di processi naturali; l’esistenza di questi dei aveva inizio con la loro nascita umana: essi non possedevano una gloria preesistente che lasciavano per venire a salvare l’uomo. Per i greci l’incarnazione distrugge la trascendenza, perché se “Dio in persona discende tra gli uomini egli abbandona il suo trono”[1].
L’horror nativitatis affiora in ogni pensatore pagano ogni volta che deve affrontare il tema dell’incarnazione. Ai greci non era ignota l’idea di un “corpo divino” (gli astri, il cosmo stesso per Platone); ciò che ripugnava loro profondamente era l’idea di un dio che assume un corpo umano passando attraverso le fasi della generazione, gestazione e nascita. È il riflesso del dualismo metafisico sul piano sessuale, che influenzerà anche l’encratismo. Tale orrore contagiò anche molti spiriti colti cristiani dando luogo al fenomeno dello gnosticismo. In campo pagano lo scandalo è risolto negando che Cristo fosse Dio, in campo cristiano è risolto dagli gnostici negando che Cristo fosse uomo (docetismo). È significativo ritrovare le obiezioni inorridite contro l’incarnazione negli scritti di Marcione. Per questo l’articolo di fede Niceno-Costantinopolitano affermò con forza che Cristo è “Dio vero da Dio vero, vero Dio e vero uomo” e Calcedonia aggiungerà “egli stesso perfetto in umanità, Dio veramente e uomo veramente”.
In conclusione, se è vero che i pensatori cristiani incontrarono nella cultura greca una via preferenziale per innestare il messaggio evangelico, tale via dovette essere sfrondata, bonificata, purificata da concezioni incompatibili con le dottrine cristiane dando prova di un dinamismo creativo che si appropria di tutto quanto è possibile e tralascia quanto non è conciliabile. Si tratta di un lavoro di sintesi originale capace di incarnare la rivelazione cristiana nel linguaggio della cultura dell’epoca.
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