martedì 24 gennaio 2012

Il sabato cristiano

Il Sabato cristiano.

“I figli di Israele quindi dovranno osservare il sabato, lo celebreranno di generazioni in generazione, come un patto solenne. Esso è un segno perenne tra me ei figli di Israele; poiché in sei giorni il Signore fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò di lavorare e si riposò” (Es 31,16-17).
Il precetto del sabato è tra i più documentati e costanti dell’AT.; lo si trova in tutte le redazioni della Torah, da quelle più lontane nel tempo (Es 23,12; 34,21), alle due redazioni attuali del Decalogo – che fanno però presupporre una formula apodittica negativa più antica (Es 20,8-11; Dt 5,12-15) – fino alle successive edizioni della scuola sacerdotale (Lv 19,3; 23,3; 26,2; Es 31,12-17; 35,1ss). Il vocabolo deriva dal verbo ebraico shabath, che significa cessare, interrompere (il lavoro).
Varie ipotesi sono state fatte circa l’origine culturale e religiosa del sabato ebraico, senza poter approdare a dirette derivazioni da esperienze e costumi non ebraici mutuate dalle regioni vicine a Canaan e alla Mesopotamia. Sembra, invece, ben evidente il carattere fondamentale di questo giorno settimanale, diverso dagli altri: “Il sabato (è) per Jhwh, tuo Dio” (Es 20,10; Dt 5,14). Gli antenati di Israele quasi sicuramente portarono con sé due feste, introducendole nella Terra Promessa: lo shabbat e la festa di pesakh (la pasqua), celebrata originariamente per preservare le greggi dai demoni nocivi. Nell’esperienza del sabato fatta dal popolo ebraico si possono distinguere tre grandi momenti:
-          Il sabato vissuto dall’Israele prima dell’esilio;
-          Il sabato nella concezione sacerdotale del dopo esilio;
-          Il sabato nel suo nuovo significato nel cristianesimo.

Il sabato vissuto dall’Israele prima dell’esilio.
Dall’esame dei testi biblici e del contesto storico in cui furono prodotti, il settimo giorno della settimana ebraica doveva avere come caratteristica l’astensione dal lavoro. Motivazione di tale proibizione lavorativa in giorno di sabato era la signoria di Dio sul tempo. Il Signore chiede la “decima” all’uomo sul tempo che gli ha donato in linea con le altre “decime” che l’uomo doveva tributare a Dio (cfr. la primogenitura degli animali, la tribù di Levi). Tale carattere riafferma il principio che tutto discende da Dio e che l’uomo non ne è il proprietario ma solo l’usuffruttuario. Prima ancora che un  tempo di preghiera e di culto, il sabato è un “tempo-di-Dio” che l’uomo restituisce a Lui; è una professione di fede concreta e vissuta. Le norme sull’anno giubilare riflettono questa concezione, perché anche la terra appartiene a Dio e a Lui deve ritornare (Lv 25; Dt 15,1-11). Celebrando il sabato, l’israelita è chiamato ad imitare Dio, mentre opera nel tempo:  “Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato” (Es 20,8-11).
Oltre a motivazioni religiose vi sono anche spiegazioni sociali. Infatti, fin dalle formulazioni più antiche del precetto, a dover celebrare il sabato non sono solo gli appartenenti al popolo eletto ma anche i forestieri che dimorano in Israele e gli schiavi (Es 23,12; Dt 5,12-15). Il ricordo della schiavitù degli ebrei in Egitto deve essere ricordato concretamente, non soltanto durante la celebrazione pasquale in un rito ma restituendo la libertà agli schiavi in occasione del giubileo e dell’anno sabatico: Se un tuo fratello ebreo o una sorella ebrea si vende a te, ti servirà sei anni; ma il settimo, lo manderai via da te libero. Quando lo manderai via da te libero, non lo rimanderai a mani vuote; lo fornirai generosamente di doni presi dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio; lo farai partecipe delle benedizioni che il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà elargito; ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha redento; perciò io ti do oggi questo comandamento”(Dt 15,12-15).
Il sabato diventa, così, per tutti una liberazione dal lavoro. Va sottolineato che accanto al riposo dal lavoro, nella concezione pre-esilica del sabato vi è anche l’offerta di sacrifici al tempio e di preghiere. Tuttavia il comportamento di Davide a Nob (1Sam 21,2-7) e la rivolta del sacerdote Ieoiada contro Atalia (2Re 11,5-16) non sembrano costituire violazioni del precetto sabatico. Parimenti, non risultano celebrazioni di anni sabatici in Israele in cui si sia provveduto ad una totale liberazione degli schiavi e alla restituzione della terra.
Il sabato nella concezione sacerdotale del dopo esilio.
A differenza della teologia piuttosto elastica pre-esilica sul sabato, quella post-esilica – di timbro sacerdotale – sembra dominata da una precettistica rigorosa. Il sabato è un giorno “consacrato” a Dio e la sua profanazione è sentita come una sciagura (Ez 20,13.20-21); non si deve lasciare impunito chi lavora di sabato (Es 31,15; Nm 15,32-36). Ora la santificazione di questo giorno prevede l’esclusione assoluta di qualsiasi lavoro, fosse anche provvedere il cibo (Es 16, 22-30); divieto di accendere il fuoco (Es 35,3); divieto di portare pesi (cfr. Ger 17,19-27); divieto di commerciare e di viaggiare (cfr. Is 58,13s; Ne 10,31; 13,15-22).
L’affermazione del primato di Dio trasforma il riposo sabatico in una rigorosa precettistica cultuale (cfr. Ez 46,1-10; Nm 28,9s). Non mancano nella tradizione sacerdotale esortazioni più profonde: il sabato è segno dell’alleanza con Jwhw; esso è creato per vivere un’appartenenza più esclusiva al Signore. Eppure, nonostante una teologia del sabato vissuto come momento di incontro più forte con Dio, le particolarità precettistiche riguardo al questo giorno diverranno più importanti del giorno stesso.
Gesù contesterà ai suoi contemporanei un’infedeltà e una non sintonia con quello che era stato da principio il giorno del Signore e insieme il giorno dell’uomo e delle sue esperienze di festa e di liberazione.
Il sabato nel suo nuovo significato nel cristianesimo.
Quando Gesù inizia la predicazione del regno di Dio, l’osservanza del sabato era appesantita da una serie di norme che allontanavano dalla parola originaria divina circa il settimo giorno. I vangeli registrano vari interventi innovativi di Gesù, nel tentativo di far accogliere dal popolo di Israele una visione teologica ed umana di questo segno. Due episodi emblematici, comuni ai tre sinottici, di questa nuova visione apportata da Gesù. Il primo richiama la vicenda di Davide a Nob (Mc 2,23-28; cfr. 1Sam 21,2-7) dove Gesù legittima il gesto del re Davide[1]. Il secondo episodio riguarda una guarigione compiuta in giorno di sabato (cfr. 3,1-5), nei confronti della quale Gesù afferma che essa fa parte degli interventi di liberazione e di salvezza che Dio (e Gesù) può sempre compiere. Del resto lo stesso israelita compie, di sabato, azioni meno importanti ed urgenti.
Altri due episodi, che Luca ha in più rispetto a Matteo e Marco (Lc 13,10-17; 14,1-6), sottolineano ulteriormente il fatto che Gesù rivendica a sé e a Dio il diritto di “liberare” da servitù fisiche e spirituali l’uomo, e questo proprio nel giorno del Signore. D’altronde Luca è attento a notare come l’annuncio del regno di Dio e del suo messaggio di liberazione e salvezza viene fatto proprio in giorno di sabato: a Nazaret (Lc 4,15-30) e altrove (Lc 6,6; 13,10).
L’evangelo di Giovanni sottolinea più chiaramente il significato di liberazione e di salvezza che assume il sabato con Gesù (Gv 5,1-9; 9,1-41). È proprio attraverso questo evangelista che raggiunge una chiarezza di messaggio nuovo e misterioso il detto di Gesù circa il “Figlio dell’uomo signore anche del sabato” (Mc 2,28): di sabato “Il Padre opera e anch’io opero”. (cfr. Gv 5,19-47; 7,19-24). L’evangelista racconta la guarigione del paralitico alla piscina (Gv 5,1ss) e la guarigione del cieco nato (Gv 9,1ss).
Queste pagine evangeliche riflettono la polemica tra Gesù e i farisei e la polemica successiva fra la chiesa e la sinagoga. Gesù vuole ricuperare il significato originario, nativo,del sabato: è il giorno in cui si festeggia l’amore di Dio per l’uomo. Introduce, però, una grande novità: il grande evento da festeggiare non è più la liberazione dall’Egitto, ma la venuta del Figlio dell’uomo, la sua azione salvifica che riproduce l’amore del Padre. La critica che muove Gesù alla concezione farisaica del sabato non è giuridica e disciplinare ma teologica. Per Gesù l’onore dovuto a Dio non è mai in contrasto con la salvezza dell’uomo. Salvare l’uomo di sabato non è violare il sabato ma compierlo. Gesù prendeva parte ai dibattiti delle diverse scuole sul problema della santificazione del sabato. Gesù, chiamato in causa da seguaci dell’orientamento più severo circa l’osservanza di tale festa, risponde alla maniera a lui consueta ossia il ricorso all’autorità della Scrittura (Mt 12,1-12). Nell’evangelo di Giovanni il dibattito appare molto più acceso che nei sinottici; questo successivo acuirsi dei contrasti non va visto come la causa bensì come la conseguenza della separazione tra cristiani e giudaismo ortodosso.
Dal sabato alla domenica.
Un segno particolarmente indicativo della concezione neotestamentaria del tempo sacro è il passaggio – avvenuto con grandi tensioni – dal sabato alla domenica, chiamata nei testi più antichi “il primo giorno della settimana” (At 20,7; 1Cor 16,2). Il “primo giorno della settimana”  è il giorno che – come tutti gli evangelisti suggeriscono – evoca la risurrezione di Gesù e le sue apparizioni ai discepoli (Mt 28,1; Mc 16,2-9; Lc 24,1; Gv 20,1-19). Le comunità festeggiano la domenica perché è il giorno che ricorda il fatto centrale della salvezza e la presenza del Risorto nella comunità dei discepoli.
La domenica è indicata anche in una seconda espressione,meno attestata e più tradiva ma ugualmente importante: “Il giorno del Signore” (Ap 1,10). È un’espressione che recupera il biblico “giorno di Jhwh” con tutta la sua portata escatologica. Il NT non perde la sua continuità con l’AT, ma l’espressione ora viene riletta cristianamente: il Signore è Gesù e l’evento escatologico è la sua risurrezione e la sua parusia, un evento già compiuto ed insieme da attendere.
Collocare tra la risurrezione di Cristo e il suo ritorno glorioso alla fine della storia, la domenica è il momento forte in cui si compiono i gesti che danno significato e consistenza al tempo presente, tempo del compimento e dell’attesa: la Cena del Signore, la predicazione (At 20,7ss), l’agape (1Cor 16,2).
La cristianità primitiva venne a trovarsi in una situazione di tensione con i diversi raggruppamenti del giudaismo. Oltre a trovarsi in conflitto con essi per questioni di calendario, vedeva riprodotti i conflitti acne al suo interno, dal momento che i suoi membri provenivano da diverse sette giudaiche. Per la cristianità primitiva era talmente ovvio che le festività venissero celebrate con il resto dei giudei, da non doverne fare nemmeno menzione. È solo occasionalmente che troviamo espressamente detto che Gesù o Paolo frequentavano la sinagoga di sabato per andarvi a pregare, a leggere la Scrittura o a insegnare (Mc.1,21; Lc 4,16; At 16,13). Di qui si comprende il perché della presenza della liturgia festiva giudaica nel NT. I pagani, che avevano dovuto abbandonare il loro modo di celebrare le feste, poterono essere introdotti alle feste giudaiche, del resto ampiamente conosciute, grazie anche ad una interpretazione spirituale ed etica della loro realtà storica.
Quello che nei Sinottici è più un presupposto implicito che una dichiarazione esplicita, nell’evangelo di Giovanni diviene il programma stesso del vangelo: Gesù non solo è un giudeo tra giudei, ma rappresenta il vero Israele. Con la sua vita, passione e morte dimostra quel’è il senso autentico delle feste giudaiche.
Questa continuità con il mondo giudaico ha mantenuto alle feste ecclesiastiche la sostanza della storicità biblica. Malgrado questo radicamento ben presto si addivenne a divergenze e contrasti. È ben nota la polemica di Paolo contro le festività che implicavano il riconoscimento  delle potenze astrali e della natura, che quindi venivano celebrate secondo lo spirito vecchio (Gal 4,8-11; Col 2,8-17; Rm 14,5ss). Per Paolo il contenuto delle feste sia giudaiche che pagane era stato superato da Cristo; egli non rifiuta ogni festività ma esige una retta celebrazione della festa.
Fu così che, ad un certo punto, cominciarono a sorgere feste tipicamente cristiane di cui nel NT troviamo solo gli spunti iniziali. Accanto al culto del sabato, i cristiani cominciarono a tenere riunioni il primo giorno della settimana per commemorare la redenzione mediante la risurrezione del loro Signore (cfr. 1Cor 16,2; At 20,7; Ap 1,10). La compresenza e l’immediata successione dei due giorni finì col far emergere apertamente la contraddizione[2]. Nei secoli successivi, il nome “giorno del Signore” venne mutato quando i giorni della settimana vennero chiamati secondo l’uso pagano con i nomi degli dei planetari: il “giorno del Signore” divenne il “giorno del sole” (dies solis); è sintomatico che i cristiani venissero accusati anche di essere adoratori del sole. La cosa è rimasta anche in certe lingue moderne quali l’inglese Sunday e il tedesco Sonntag; “giorno del Signore” o domenica (dies domini) è rimasto invece nelle lingue neo-latine (italiano, francese, spagnolo, ecc…).
La volontà di separare la propria sorte da quella della comunità giudaica ha avuto per effetto l’accoglienza di motivi di fondo pagani ma infondendoli di spirito cristiano: è nel vivo di questo confronto che si rivela il legame profondo tra l’antica e la nuova comunità.
Chi ritiene di celebrare la risurrezione di Cristo in giorno di sabato non credo possa dispiacere al Signore, così come parimenti non dispiacerà chi invece mantiene la tradizionale celebrazione di domenica.
Possa il Signore di tutti benedire ogni celebrazione sincera a Lui rivolta.


[1] In realtà simili azioni erano permesse anche dalla legislazione deuteronomica (Dt 23,25).
[2] Ignazio, Epistula ad Magnesios, 9,1; Epistola Barnabae, 15,9; Didache XII Apostolorum, 14,1.

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