venerdì 13 gennaio 2012

LUTERO E ZWINGLI: IL DIBATTITO SULLA CENA PARADIGMA DELLA RIFORMA

LUTERO E ZWINGLI:  IL DIBATTITO SULLA CENA PARADIGMA DELLA RIFORMA


Tra Lutero e Zwingli nacque una controversia a proposito dell’interpretazione dell’istituzione della Cena del Signore. Opposte erano le posizioni e le interpretazioni date e lo scontro fu duro, provocando una lacerazione profonda da cui nacquero due chiese, o meglio due famiglie di chiese. Si tentò una riconciliazione ma oramai gli animi erano accesi.
I colloqui di Marburgo (1-4 ottobre 1529)si conclusero con l’approvazione di un documento comune sottoscritto da tutti, articolato in 15 punti. Su 14 articoli sugli elementi essenziali della fede cristiana e della comune fede evangelica (rifiuto dell’idea di merito, fede come giustizia davanti a Dio mediante la predicazione dell’Evangelo, battesimo, buone opere come azione dello Spirito Santo, confessione libera) anche in polemica con gli anabattisti (sulla partecipazione del cristiano alla gestione della società e sul mantenimento del pedobattismo), tutti sono d’accordo. il 15° articolo riguarda la Cena e anche qui vi sono dei punti di accordo:
1- la Cena va celebrata sub utraque, col pane e col vino ai laici:
2- essa è il sacramento del vero corpo e sangue di Gesù Cristo;
3- ogni cristiano ha bisogno di questo nutrimento spirituale per consolidare e confermare la coscienza nella fede.
Il punto controverso era: “E quantunque in questa occasione non ci siamo potuti accordare sulla questione se il vero corpo e sangue di Cristo siano corporalmente nel pane e nel vino, nondimeno ciascuna parte mostrerà amore cristiano per l’altra, per quanto lo consentirà (lett.: lo potrà sopportare) la coscienza di ciascuno, e le due parti pregheranno assiduamente Dio onnipotente perché voglia confermarci mediante il suo Spirito nella retta comprensione. Amen”[1]. Ecco indicata la ragione della controversia e poi della rottura: se Cristo sia corporalmente presente nel pane e nel vino. Lutero lo affermava, Zwingli lo negava. Ciò fu sentito e giudicato motivo sufficiente per dividersi, malgrado l’ampia base d’accordo non solo su tutto il resto ma anche su punti fondamentali della stessa dottrina eucaristica (rifiuto della messa come sacrificio, i cui effetti salutari valgono per i vivi ed i defunti; rifiuto della dottrina della transustanziazione). Come spiegare questa rottura?
La rottura è avvenuta perché, secondo Lutero, la dottrina eucaristica di Zwingli equivaleva ad una profanazione della Cena, che non è più un’opera di Dio ma essenzialmente un’opera umana, sia pure di una umanità credente. Zwingli, secondo Lutero, capovolge e perciò stravolge i rapporti presenti nell’Evangelo; non è più la Cena che fortifica e nutre la fede, è la fede che allestisce la Cena. Non è la Cena che “produce” la fede, è la fede che “produce” la Cena. Questa inversione di rapporti e di ruoli promossa da Zwingli e dai suoi amici (specialmente Ecolampadio a Basilea e Bucero a Strasburgo) determina, agli occhi di Lutero, una radicale svalutazione della Cena. Il conflitto fu un conflitto di interpretazioni ma Lutero non lo visse così. Se l’avesse vissuto come un conflitto di interpretazioni, anche in contrasto fra loro, forse non si sarebbe giunti alla rottura. Ma per Lutero non si trattava di modi diversi di intendere la Cena; si trattava di affermarla da un lato e di negarla dall’altro. Per lui la posizione di Zwingli non era un’interpretazione della Cena, ma la sua negazione. Ecco perché sin o alla fine ha rifiutato agli zwingliani una dichiarazione di fraternità: non per una specie di intolleranza verso un pluralismo dottrinale ma perché si trattava di scegliere tra una affermazione e una negazione della Cena. In realtà l’interpretazione zwingliana della Cena dovette sembrargli un atto di dissipazione del patrimonio cristiano soprattutto per i possibili sviluppi: l’erosione interna del deposito della fede. Lutero ha impressione che in Zwingli il sacramento si volatilizzi e che con esso si volatilizzi la presenza stessa di Cristo, la realtà stessa di Cristo. secondo lui, Zwingli si sforza di rendere presente con il ricordo colui che è già e più che mai presente. Per questo Lutero è si irrigidisce e non ricambia l’offerta di fraternità fattagli dagli zwingliani. Tutta la sua argomentazione si condensa introno ad un’unica parola: est “è”. Zwingli interpretando l’est come significat, rendevano aleatoria la presenza di Cristo ed evanescente la sua realtà. L’Evangelo non è che Dio esiste, ma che esiste per noi (pro nobis), con noi, l’Evangelo è Dio con noi, l’Emmanuele, la Presenza reale (una presenza non reale è una illusione) di Dio in mezzo a noi. Zwingli, dunque, non interpretava correttamente l’Evangelo.
Bisogna riconoscere, però, a Zwingli l’aver introdotto le maggiori novità nella questione della Cena. Lutero, in fin dei conti, resta più dalla parte della tradizione che da quella della innovazione portata dalla Riforma. Qui il vero riformatore è Zwingli; Lutero ha riformato poco anche se su punti decisivi (soprattutto l’idea di sacrificio e la dottrina della transustanziazione). Lutero lo sapeva e lo riconosce: “Piuttosto che avere solo del vino con i fanatici, preferisco considerarlo sangue con i papisti”[2].
Gli aspetti salienti del conflitto Lutero-Zwingli emergono nel corso di una serrata disputa esegetica, la prima grande disputa esegetica in campo evangelico. La controversia ha spaziato in tutta la Scrittura ma si è concentrata intorno a due brani: l’Ultima Cena in cui Gesù pronunciò le parole “Questo è il mio corpo” (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19 τούτό εστιν τό σώμά μου), e il brano giovanneo in cui Gesù afferma “E’ lo Spirito quel che vivifica, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63 τό πνεύμά εστιν τό ζωποιουν, ή σάρξ ούκ ωφελεί ουδέν).
A proposito del primo brano, Zwingli lo intende in senso figurato. Egli si rifà ad un trattato sulla Cena scritto ds un olandese di nome Honius. Prima di lui già Wyclif, nel De eucharistia, aveva inteso così le parole dell’istituzione: non a caso i primi tre dei 45 errori di Wyclif condannati dal Concilio di Costanza riguardano la Cena e contraddicono la dottrina della transustanziazione. Zwingli rivendicherà altri precursori nella Chiesa antica fino ad Agostino. Riproducendo gli argomenti di Honius, Zwingli osserva che nella Bibbia abbondano i discorsi figurati: le sette vacche grasse sono i sette anni di abbondanza; il seme sparso dal seminatore è la Parola di Dio; Gesù dice “Io sono la vera vite” ecc… La Bibbia conosce il linguaggio figurato ed è questo tipo di discorso che Gesù adopera quando dice “Questo è il mio corpo”. In realtà egli vuol dire “Questo -il pane – significa il mio corpo”, il corpo di Cristo dato dal Padre e offerto da Cristo stesso sulla croce, affinché il mondo viva.
Lutero replica in modo semplice ed efficace: è vero che nella Bibbia è frequente il parlare figurato. Ma questo non significa che Gesù qui lo abbia adoperato. Non basta dire che l’est di Gesù può essere inteso come significat; si deve dimostrare che deve essere inteso così. Anche per Lutero la tentazione simbolica è forte, anche perché sarebbe un argomento molto convincente contro la dottrina della transustanziazione, ma egli non l’adotta perché il testo non lo consentirebbe. Secondo Lutero, Zwingli adotta l’interpretazione simbolica essenzialmente per tre motivi:
1- perché considera l’interpretazione letterale come razionalmente assurda;
2- perché la considera non necessaria (sia l’interpretazione che il fatto della presenza corporale di Cristo nella Cena);
3- perché la considera sconveniente, contraria all’onore di Dio.
Lutero confuta queste tre ragioni:
a) Absurditas. Che Cristo sia presente corporalmente nel pane e nel vino è assurdo per la ragione umana. Ma il mondo è pieno di miracoli. L’anima, ad esempio, che è in tutto il corpo, pensa, parla, sente, vede, ma la puoi localizzare da nessuna parte. La voce umana, un leggero soffio subito svanito, che però riempie gli spazi, entra in cento, mille orecchi, regge i cuori di molti. Il mondo è pieno di miracoli. È assurdo che Cristo sia realmente presente nella Cena? Allora è assurdo che sia presente anche nel cuore dei credenti. Questa presenza non è da spiegare tramite le leggi della fisica sui corpi e sullo spazio. Dirà Lutero “Dio non è un essere così esteso, lungo, largo, spesso, alto, profondo, ma un essere soprannaturale e insondabile che è, allo stesso tempo, totalmente in ogni piccolo granello frumento, eppure è anche dentro, al di sopra e fuori di tutte le creature; perciò non si tratta in alcun modo di circoscriverlo come sogna Zwingli… Nulla è così piccolo che Dio non sia ancora più piccolo; nulla è così grande che Dio non sia ancora più grande; nulla è così corto che Dio non sia ancora più corto; nulla è così lungo che Dio non sia ancora più lungo… E’ un essere ineffabile al di sopra e al di fuori di tutto ciò che si può nominare o pensare”[3].
b) Nulla necessitas. Il secondo motivo che induce Zwingli a rifiutare l’interpretazione letterale è che la presenza corporea di Cristo non sarebbe necessaria. Perché, anche se Cristo fosse realmente (nel senso di corporalmente) presente nella Cena, pure – secondo Lutero stesso – il rapporto con lui resta un rapporto di fede, dunque spirituale. Ma, appunto: la materialità del segno non è necessaria alla realtà del rapporto spirituale. Ma chi sei tu – obietta Lutero – per insegnare a Dio ciò che è necessario e ciò che non lo è?Non sa forse Dio ciò che è necessario e ciò che non lo è? Per la ragione umana perfino l’incarnazione potrebbe non essere necessaria perché Dio avrebbe potuto salvarci in altro modo. Lasciamo dunque a Dio stabilire quel che è necessario.
c) Sconvenienza. Secondo Zwingli è contraio all’onore di Dio che Egli si faccia “cibo” (sia pure da “consumare” spiritualmente). Lutero risponde affermando che il vero grande onore di Dio è l’incarnazione. La sua gloria è l’abbassamento. La sua divinità si manifesta nel suo divenire uomo. Il fatto che Dio si renda presente nella Cena secondo le parole “Questo è il mio corpo”, non solo non offusca l’onore di Dio, ma al contrario lo illustra. La presenza nella Cena è perfettamente in linea con l’incarnazione, quindi con il cuore stesso della rivelazione cristiana. Il cuore dell’Evangelo è l’incarnazione, Cristo che si fa la Parola che si fa carne. La presenza di Cristo nella Cena è un riflesso vivo del Cristo fatto carne. E qui si comprende perché Lutero consideri la posizione di Zwingli come un salto indietro, nell’Antico Testamento che è figura delle cose future. Il Nuovo Testamento è il regno delle realtà, non delle figure. Cristo è venuto di persona, perciò anche nella Cena dev’esserci lui in persona, non una qualche sua figura.
Al di la di queste argomentazioni, per Lutero vi è il peso decisivo del testo. Le parole “Questo è il mio corpo” sono di una disarmante semplicità, sono più convincenti di una qualsiasi interpretazione. Lutero non vede la necessità di spiegare ogni singolo brano razionalmente “Il servo non indaga sulla volontà del Signore. bisogna chiudere gli occhi” dirà. Ecolampadio lo rimprovererà dicendogli “Dove sta scritto, o mio dottore, che bisogna passeggiare nella Scrittura ad occhi chiusi? [4]”. Per Lutero, però, la Scrittura non è sempre da spiegare, talvolta si deve accettare così com’è, non in ragionamento ma in ubbidienza.
In conclusione, Lutero intende letteralmente le parole “Questo è il mio corpo” (τούτό εστιν τό σώμά μου), sia perché solo prendendole alla lettera le parole dell’istituzione vengono prese sul serio, sia perché tutti gli argomenti contro un’interpretazione letterale e per un’interpretazione figurata sfociano nella tesi che l’interpretazione figurata è possibile ma non dimostrano che è l’unica possibile.
L’altro passo biblico su cui Lutero e Zwingli divergono è la parola del Cristo giovvaneo “E’ lo Spirito quel che vivifica, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63 τό πνεύμά εστιν τό ζωποιουν, ή σάρξ ούκ ωφελεί ουδέν). Zwingli ne ha fatto il suo cavallo di battaglia per negare che nella Cena si riceva corporalmente il corpo e il sangue di Cristo. se infatti questi fossero i doni presenti nella Cena, Gesù non direbbe: “la carne non giova a nulla”. Zwingli commenta: “Se il Cristo dice che la carne non giova a nulla, l’arroganza umana non deve discutere mai più sul ‘mangiare’ la sua carne. Se tu mi obietti che ci dev’essere un altro significato, dato che la carne di Cristo serve invece a qualcosa, poiché mediante essa siamo riscattati dalla morte, ti risponderò: la carne di Cristo è in effetti molto utile in ogni modo, anzi straordinariamente utile, ma – come ho detto – la carne uccisa (caesa), non la carne mangiata (ambesa). Quella ci salva dalla morte, ma questa non giova a nulla”[5]. Questo è un punto molto importante: è la carne crocifissa di Cristo, non la sua “carne sacramentale” che giova. In altre parole,: è la storia di Gesù che aiuta, una storia che lo Spirito attualizza per noi e in noi. Il sacramento non ha valore in sé, ma solo in quanto rimanda alla storia di Gesù, che non è attualizzata dal sacramento ma dallo Spirito/memoria.
Zwingli riferisce tutto il discorso del cap. 6 di Giovanni all’eucaristia, ma se ne serve per interpretare e spiegare il mangiare ed il bere della Cena in senso spirituale. Ma giare la carne di Cristo, bere il suo sangue non significa mangiare sacramentalmente il corpo di Cristo, ma significa credere in lui. il “pane” e “mangiare” significano “Evangelo” e “credere”. A questa esegesi di Gv 6, Lutero risponde molto semplicemente (sbagliando) sostenendo che questo capitolo non si riferisce all’eucaristia. Esso quindi non fonda – come vorrebbe Zwingli – un’interpretazione figurata della Cena, perché non parla affatto della Cena. Questo punto di vista Lutero l’aveva sostenuto già nel 1520 nello scritto sulla Cattività babilonese della Chiesa, contro i teologi cattolici che fondavano su questo capitolo la dottrina secondo cui bastava comunicare con una sola specie (il pane) per comunicare con tutto il Cristo (che sarebbe presente tutto in ciascuna specie), ma anche contro i teologi hussiti che, su questo capitolo, fondavano la loro rivendicazione della celebrazione sotto le due specie (utraquisti). Lutero boccia le due posizioni affermando che il cap. 6 di Giovanni “dev’essere lasciato da parte perché neppure con una sillaba accenna all’eucaristia… esso è estraneo al nostro argomento”[6].
Lutero osserva che la ragione non crede all’affermazione secondo cui il pane della Cena è allo stesso tempo “due cose diverse”: pane  e corpo. Per cui “non è possibile che il pane sia corpo. Se è pane, è pane. Se è corpo, è corpo: una delle due, scegli quella che vuoi. Ora qui i sofisti hanno conservato il corpo e lasciato andare il pane (per cui con la transustanziazione non c’è più il pane, c’è solo il corpo)… Inversamente, Wyclif combatte questa posizione e mantiene il pane ma lascia andare il corpo (per cui non c’è più corpo ma solo il pane)”[7]. Per Lutero, invece, c’è l’una cosa e l’altra: “non è necessario che uno dei due scompaia o si annulli, ma entrambi il pane e il corpo sussistono e, a causa dell’unità sacramentale, si dice con ragione: ‘Questo è il mio corpo’, indicando il pane con la parola ‘questo’. Non si tratta più ora infatti semplicemente del pane del forno, ma del pane-carne o del pane-corpo, cioè un pane che è divenuto un solo essere e una sola cosa sacramentale con il corpo di Cristo. Lo stesso accade al vino del calice…”[8]. Pane e corpo, anzi pane-corpo, dunque, ma in realtà il cuore di Lutero batte tutto sul versante del “corpo”; in fin dei conti, che il pane resti pane è secondario (anche se Lutero lo mantiene con Wyclif): l’essenziale è che il pane sia corpo.
Concludendo, la questione non può essere risolta semplicemente sul piano esegetico. In sostanza l’argomento di Zwingli è questo: dopo l’ascensione il corpo di Cristo secondo l’umanità è seduto alla destra di Dio, come è affermato nel Credo. Se è “alla destra di Dio” non può essere contemporaneamente nel pane della Cena. Certo, il corpo divino di Cristo può essere contemporaneamente in molti luoghi, anzi in ogni luogo. Ma il suo corpo umano non può che essere - in quanto umano – circoscritto, delimitato e quindi presente in un solo luogo alla volta. La natura umana di Cristo, benché risorta, “lega” il corpo di Cristo alla destra di Dio. Secondo la sua divinità Cristo è presente sia in terra che in cielo. Ma secondo la sua umanità è presente solo in cielo. Non bisogna cercarlo, dunque, nel pane della Cena perché nella sua umanità non c’è.
Contro questa posizione Lutero sarà duro e intransigente:
1- Queste “geometrie” teologiche sono frivole e inconsistenti. La “destra di Dio” non è un luogo: è la creatività di Dio, dovunque essa appaia, nella natura, nella predicazione, nella Cena. Dire che Cristo è seduto alla destra di Dio non significa localizzarlo in qualche luogo celeste, ma significa situarlo in posizione eminente e strategica nell’azione creatrice di Dio.
2- Per quanto concerne le nature di Cristo, Lutero le ritiene non incomunicabili: le proprietà dell’una trapassano nell’altra, così l’ubiquità – propria della sola natura divina – viene trasmessa anche alla natura umana (che di per sé non le appartiene), per cui Cristo può essere presente corporalmente anche nel pane.
Le novità che Zwingli ha apportato al problema sono:
1- Zwingli sottopone la nozione di “sacramento” ad una critica storica, filologica e teologica che non ha paragoni nella sua generazione. Il punctum saliens di questa critica è che il sacramento non è più concepito come mezzo di grazia. Così facendo Zwingli si è messo contro secoli di teologia, di prassi ecclesiastica e di vita devozionale. Ricordiamo che la teologia cattolica riteneva e ritiene tutt’ora che il sacramento è “un segno sensibile ed efficace della grazia”. Per questo riformatore, invece, il sacramento è in sostanza un’opera dell’uomo che certifica la grazia e la fede. Non dunque un mezzo per ricevere la grazia da ricevere, ma un certificato (destinato soprattutto alla chiesa e al mondo) della grazia ricevuta.
2- Critica della consustanziazione. Zwingli ritiene che è illusorio affermare – come fa Lutero – che si mangia o si riceve il corpo di Cristo, però si mangia pane. O est significa “è”, e allora hanno ragione i papisti con la loro transustanziazione (il pane si trasforma in corpo), ovvero est non significa “è”, e allora non si mangia materialmente il corpo di Cristo. Insomma, tertium non datur: una terza via è illusoria. In questa illusione sarebbe caduto Lutero[9].
3- Il ruolo dello Spirito come memoria di Cristo nel senso giovvanico. “Fate questo in memoria di me” significa fate questo nella potenza dello Spirito Santo, che è Colui che mantiene vivo il ricordo di Cristo, in modo che Cristo stesso divenga presente. Non si tratta di collegarsi con un passato remoto e neppure di attualizzarlo. Si tratta di vivere la presenza di un passato che in Dio è eterno, dunque una presenza di eternità. Anche la Parola, Zwingli la slega dai “segni” e la lega allo Spirito.
Concludendo l’analisi della disputa Lutero-Zwingli  si può stabilire che la disputa è stata condotta con passione e rigore. Entrambi non hanno strumentalizzato il contrasto subordinandola ad interessi politici né polemici. Lutero fu accusato di essere un neo-papista ma non ha ceduto di un solo passo. Si è trattata di una battaglia introno alla verità dell’Evangelo. Lutero ha invocato la semplicità ma era troppo tardi. Il testo biblico non è più vergine: il testo vive anche per la comprensione che ne danno gli uomini. Occorre spiegare ed in questo ha ragione Zwingli. Per Lutero la verità è nell’insistenza sull’est: Dio è realtà, non semplice significato. La realtà di Dio non dipende dalla mia spiegazione. Per Zwingli la verità sta nell’insistenza che “Il Signore è lo Spirito” (2Cor 3,17) e il realismo evangelico è un realismo nello Spirito e dello Spirito, il realismo di Pentecoste.
Ma quello che è importante mettere in risalto è che soggiacente alla battaglia esegetica, scorgiamo la ragione ultima del dramma che si svolge intorno alla questione della Cena. La Riforma, nata all’insegna dell’autorità della Bibbia come regola suprema di fede e di vita, fa la dolorosa scoperta, al suo interno stesso, che la Bibbia può anche dividere; può dividere anche coloro che concordemente la accettano come la loro regola suprema; può dividere anche coloro che sono uniti nel praticare il “sola Scriptura” la norma scritturale. Si può essere uniti nel  “sola Scriptura” e divisi nell’interpretazione della Scrittura. Questo è il dramma spirituale che sta dietro la controversia eucaristica e la spaccatura del fronte della Riforma: un dramma che non  ha perso nulla della sua attualità. Anche oggi la Bibbia divide. Essa è veramente la spada a due tagli (Eb 4,12): divide le chiese, divide gli animi. Questo è il grande paradosso emerso nell’ambito della Riforma, per la prima volta nel corso del conflitto Lutero-Zwingli, e poi ripetutosi tante volte e quanto mai attuale anche oggi: la parola biblica che ci deve unire, ci ha diviso; la stessa parola che ci ha diviso, ci deve unire. La Bibbia che non ci permette di essere uniti, non ci permette neppure di restare divisi.
L’amarezza di questa vicenda non consiste nel fatto che qui la Riforma si divide, né che la Cena, luogo di comun ione per eccellenza diventa luogo di divisione. L’amarezza più grande deriva da letture antitetiche, diverse, della Bibbia. Dietro il divorzio sulla Cena c’è il divorzio sulla Bibbia. Sinceri cristiani stanno cercando di ovviare a tale divorzio impegnandosi per trovare le basi comuni: questo è lo sforzo ecumenico di questi ultimi anni.
La grande domanda che ha dominato la controversia – tertium non datur – resta aperta. Ogni generazione deve rinnovare la sua risposta. Lutero ha creduto di si, Zwingli ha creduto di no. possiamo concludere questa esposizione citando una sorta di appello rivolto da Zwingli alle generazioni future a farsi arbitri di una contesa che – egli lo vedeva bene – non poteva dirsi conclusa:
“Mi rivolgo dunque a te, o secolo venturo, perché tu, giudicando in modo disinteressato, voglia emettere una giusta sentenza. Noi non dubitiamo che un’eco di questa lotta giungerà fino a te e che non ti farai impressionare dalle passioni dell’uno o dell’altro… Ti, o secolo futuro, valuta con scrupoloso esame i risultati certi della questione e guardati dall’essere così cieco come siamo noi di quest’epoca in tale dibattito, noi che forse in tutto il resto abbiamo occhi per vedere. Noi ti abbiamo offerto la fiaccola. Addio”.


[1] H. Bornkamm, Martin Luther in der Mitte seines Lebens, Gottingen 1979, p. 575. Sintesi del contenuto degli articoli di Marburgo.
[2] W.A. 26, 462, 4-5.
[3] W.A. 26, 339, 33 – 340, 2.
[4] G. May, Das Marburger Religionsgesprach 1529, Gutersloch 1970, p. 19
[5] Zwingli, Commentarius de vera et falsa religione, III, 782, pp. 26-32.
[6] M. Lutero, De captivitate Babylonica Ecclesiae, in Scritti politici, a cura di L. Firpo, UTET Torino 1949, pp. 235-236.
[7] W.A. 26, 439,15-22.
[8] W.A. 26, 445,7-13.
[9] Zwingli, Una chiara istruzione sulla Cena di Cristo, Zurigo 1526.

domenica 8 gennaio 2012

Inculturazione filosofica nel cristianesimo.

Inculturazione filosofica nel cristianesimo.
I pensatori cristiani incontrando la cultura greca si impossessarono di concetti propri di questa innestandoli nel messaggio evangelico. Non si trattò di un tradimento delle dottrine cristiane ma di veicolare le stesse attraverso il linguaggio culturale dell’epoca e del luogo ove il  messaggio cristiano andava diffondendosi. Questa fu un’opera grandiosa di inculturazione che svicolò il cristianesimo dal linguaggio semitico per infonderlo in un linguaggio nuovo: quello filosofico. Certo tale operazione ebbe un costo, forse grave ma necessario: abbandonare la terminologia semitica e biblica per una più tecnica e raffinata, quella della filosofia; ciò non significò abbandonare le categorie bibliche ma semplicemente ripensarle in un linguaggio nuovo e più corrispondente alla mentalità ellenistica.
Alcuni passaggi illustreranno quanto affermato, soffermandoci su alcune categorie filosofiche entrate nel pensiero cristiano, si tratta dei concetti di pneuma, agennetos, sostanza, persona, ipostasi, essenza.
L’evangelo di Giovanni riporta una frase lapidaria: “Spiritus est Deus”  (πυεύμα ό Θεός: Gv 4,24). È ovvio che non sarebbe bastata questa semplice citazione a  far entrare il termine Pneuma nelle discussioni teologiche se non ci fosse già stata una base culturale a fornire ad esso tanta importanza. Pneuma da tempo, nello stoicismo, designava la divinità. Questa coincidenza tra Scrittura e filosofia greca diede il via ad una massiccia penetrazione del termine Pneuma negli scritti cristiani. Ma è altrettanto ovvio che tale termine non poteva confluire nel pensiero cristiano così come lo concepivano gli stoici. Scrittori cristiani quali Taziano, Atenagora, Teofilo di Antiochia, si affannarono a precisare che lo Pneuma divino non è materiale e non è diffuso nell’universo come quello stoico. Ma il materialismo non era l’unico equivoco a cui questo termine poteva soggiacere: altro pericolo era l’errore monarchiano. Costoro facevano leva sull’univocità dello Pneuma per affermare l’esistenza di un solo Spirito da cui passavano ad affermare un solo Dio e una sola Persona (mentre noi crediamo Dio una sola sostanza e tre persone: la Trinità ). Con questo si toglieva quel certo margine di indeterminazione che permetteva di distinguere all’interno della nozione di Pneuma le tre Persone divine. ma fu grazie a questi equivoci (chiamati anche polemicamente eresie) che la comprensione teologica poté proseguire configurando meglio la persona dello Spirito Santo. Fu così che per ovviare all’equivoco monarchi ano Tertulliano ed Ippolito ripensarono il concetto di Pneuma. Essi teorizzano un’applicazione articolata del termine secondo la quale Spiritus da solo designa la natura divina, Spiritus Dei denota il Verbo e Spiritus Sanctus denota la terza persona divina. Si trattava di una soluzione di compromesso ma che permise di tralasciare pericolose concezioni quali l’identificazione di Spiritus con il Verbo e con l’unicità di Dio. Ora il termine, così purificato, era pronto per designare la natura divina e la Terza Persona della Trinità.
Esito diverso ebbe il termine agennetos. Tale vocabolo era usato per indicare la trascendenza di Dio rispetto al creato; esso significava “non fatto”, “increato”. Il cristianesimo lo userà per evidenziare il carattere personale di Dio. Fu con l’eresia ariana che questo concetto scatenerà furiose dispute. Con questo termine gli ariani contestavano la divinità del Logos, del Verbo, ossia del Figlio. Essi argomentavano: se caratteristica di Dio è di essere agennetos, il Verbo, il quale è generato dal Padre, non è Dio. La crisi ariana fu superata ma il termine agennetos fu progressivamente abbandonato perché ritenuto pericoloso per la sua equivocità. La teologia e la filosofia occidentali lo hanno sostituito con absolutus che ne è l’equivalente, anche se più astratto e meno suggestivo.
 Un veloce accenno alle due coppie di termini sostanza-persona da una parte ed essenza-ipostasi dall’altra, mostra ulteriormente il lavoro di purificazione dei termini filosofici greci operato dai pensatori cristiani. Tertulliano aveva già definito una formula trinitaria: una sostanza e tre persone. Questa formula circolava anche in ambienti greci nella versione: una ipostasi e tre prosopa. La differenza terminologica tra l’occidente e l’oriente cristiano ingenerò per decenni dispute teologiche e reciproci sospetti di eresia. I greci infatti usavano i termin i ousia e ipostasi, formula che esclude il concetto di persona e adotta, per indicare la pluralità divina proprio il termine che i latini impiegavano per indicare l’unità divina. Anselmo scriverà: “I latini proclamano che bisogna credere in tre Persone e in una sola sostanza, mentre i greci confessano tre sostanze in una persona”. (in realtà i greci parlano di essenza e non di persona ma il risultato è lo stesso). Agostino  di Ippona aveva intuito tale equivoco e nel De Trinitate scrisse: “I nostri amici greci hanno parlato di una essenza e di tre sostanze e i latini di una essenza e tre persone”. Semplificando si può dire che per  i latini Dio è un oggetto e tre soggetti; per i greci è un Essere oggettivo in tre oggetti di rappresentazione. Dio è un oggetto in se stesso e tre oggetti per se stesso. si ha prevalenza di oggettività nella concezione trinitaria greca, prevalenza di soggettività in quella latina.
Concludendo, si può dire che il compito che spettava ai pensatori cristiani di primi secoli era di presentare il Dio ignoto della rivelazione cristiana in modo da soddisfare l’esigenza di intelligibilità dello spirito greco, ossia incarnare l’idea di Dio nei concetti e nelle parole umane.

giovedì 5 gennaio 2012

Ontologizzazione del messaggio cristiano?

Ontologizzazione del messaggio cristiano?
La particolare diffidenza dei pensatori cristiani verso la filosofia greca è evidente dalla ritrosia ad adottare termini propri di questa. La stessa parola teologia, cioè il discorso intorno all’inesprimibile, viene sostituita con il concetto di theosebeia, intesa in senso di pietas, religio, come designazione del cristianesimo e delle sue dottrine. Atenagora addirittura vede nel termine teologia l’idea di costruire, inventare delle divinità. Se in seguito i cristiani accetteranno questo termine lo faranno sempre tenendo presente l’inadeguatezza della parola umana ad esprimere le realtà derivanti dalla rivelazione.
I teologi cristiani entrarono in contatto con termini filosofici che potevano adattarsi a veicolare il messaggio evangelico. Essi però non potevano essere accolti tout court ma dovevano venire depurati da ogni possibile equivoco che l’uso dello stesso termine in filosofia poteva ingenerare qualora trasfuso nel pensiero biblico. Le controversie dottrinali dei primi secoli e che causarono i primi concili ecumenici per stabilire ortodossia e identificare l’eresia, ben mostrano come le discussioni vertevano proprio sul significato corretto da attribuire a questi termini dedotti dalla filosofia. Le eresie ariana, pneumatochiana, moniarchiana, apollinariana,  monofisita, vertevano intorno a parole quali ousìa, homoousìa, logos, pneuma, hypostasis, agennetos, prosopon. Anche in ambito ortodosso, l’uso di questi concetti ingenerò non pochi equivoci tra la teologia di tipo occidentale e quella di tipo orientale che usavano termini diversi per esprimere i medesimi concetti. Certo è possibile imputare, con il senso di oggi, la scelta per la filosofia greca come un male che ha tenuto inchiodata la fede cristiana essenzialmente mobile e storica nella fissità della metafisica greca, determinando così la crisi religiosa dell’uomo di oggi. Ma di questo pericolo non si rendeva conto il teologo cristiano dell’epoca, pressato da altri appelli quali mediare la fede nel mondo culturale greco.
Quanto sopra è ben rappresentato dalla difficoltà per il mondo greco di concepire l’incarnazione. L’impatto della predicazione della croce sulla visione etica dei greci, tutta dominata dal valore supremo della sophia, faceva ritenere ad essi immorale parlare di un Dio crocifisso. Il mondo culturale greco era dominato da un dogma: Deun non miscetur hominibus. L’incarnazione distrugge la prerogativa divina dell’immutabilità e comporta una degradazione. Ora, lo scandalo dei greci di fronte all’idea dell’incarnazione sembra in contraddizione con credenze religiose radicate nella religiosità ellenistica, quali Attis e Adone che, secondo alcune leggende, nascevano da madri umane. In questi miti, però, non si configura nessuna vera idea di incarnazione analoga a quella cristiana. La loro nascita era espressione di processi naturali; l’esistenza di questi dei aveva inizio con la loro nascita umana: essi non possedevano una gloria preesistente che lasciavano per venire a salvare l’uomo. Per i greci l’incarnazione distrugge la trascendenza, perché se “Dio in persona discende tra gli uomini egli abbandona il suo trono”[1].
L’horror nativitatis affiora in ogni pensatore pagano ogni volta che deve affrontare il tema dell’incarnazione. Ai greci non era ignota l’idea di un “corpo divino” (gli astri, il cosmo stesso per Platone); ciò che ripugnava loro profondamente era l’idea di un dio che assume un corpo umano passando attraverso le fasi della generazione, gestazione e nascita. È il riflesso del dualismo metafisico sul piano sessuale, che influenzerà anche l’encratismo. Tale orrore contagiò anche molti spiriti colti cristiani dando luogo al fenomeno dello gnosticismo. In campo pagano lo scandalo è risolto negando che Cristo fosse Dio, in campo cristiano è risolto dagli gnostici negando che Cristo fosse uomo (docetismo). È significativo ritrovare le obiezioni inorridite contro l’incarnazione negli scritti di Marcione.  Per questo l’articolo di fede Niceno-Costantinopolitano  affermò con forza che Cristo è “Dio vero da Dio vero, vero Dio e vero uomo” e Calcedonia aggiungerà “egli stesso perfetto in umanità, Dio veramente e uomo veramente”.
In conclusione, se è vero che i pensatori cristiani incontrarono nella cultura greca una via preferenziale per innestare il messaggio evangelico, tale via dovette essere sfrondata, bonificata, purificata da concezioni incompatibili con le dottrine cristiane dando prova di un dinamismo creativo che si appropria di tutto quanto è possibile e tralascia quanto non è conciliabile. Si tratta di un lavoro di sintesi originale capace di incarnare la rivelazione cristiana nel linguaggio della cultura dell’epoca.


[1] Origene, Contra Celsum, IV, 5

martedì 3 gennaio 2012

Ellenizzazione del messaggio cristiano o inculturazione?

Ellenizzazione del messaggio di Cristo o inculturazione?
Spesso da più parti giunge l’accusa che l’incontro tra cristianesimo e civiltà greca abbia prodotto un tradimento della genuinità del messaggio evangelico per favorire una inculturazione nel mondo ellenico tale da produrre un ibrido tra il prodotto più eccelso di quella civiltà, la filosofia, e la fede in Cristo. Si passa sotto silenzio, però, il poderoso e geniale lavoro svolto dai teologi cristiani dell’epoca di mediare le istanze della fede con la nuova cultura  ove quelle medesime istanze impattavano. Si è trattato di un lavoro  nient’affatto pacifico né esente da dolori e sofferenze, causando scismi e divisioni in seno al cristianesimo, alcuni dei quali perdurano tutt’ora.
Il cristianesimo  nell’incontro con il mondo greco ha dovuto superare, sostanzialmente, due tipi di obiezioni: metafisica riguardo all’incarnazione ed etica riguardo alla morte del Cristo (la famosa pazzia della croce di paoliniana memoria 1Co 1,18). L’obiezione metafisica contro la divinità di Cristo prende corpo a partire da due concetti strettamente legati tra loro pur se distinti: la trascendenza di Dio e la contingenza storica di Cristo. Concetto di fondo del pensiero greco è l’impossibilità di un intervento reale e personale di Dio nel mondo e nella storia. Questi due concetti sono fondamentali nelle correnti filosofiche platoniche e stoiche. Secondo questi ultimi, l’universo è in sé chiuso e immutabile non ammettendo interventi dall’esterno. Il mondo dei greci è cos’ un mondo senza  storia, un ordine eterno in cui il tempo non ha alcuna efficacia, sia che lasci l’ordine sempre identico a se stesso, sia che generi una successione di eventi che ciclicamente tornino al punto di partenza ripetendosi indefinitamente. Al contrario, l’idea che il mondo è aperto ad interventi esterni (Dio) era impossibile prima che il cristianesimo venisse a sconvolgere il mondo degli elleni. È evidente la profonda diversità di pensiero tra cristiani e greci.
Per i greci è proprio l’umanità di Cristo a rendere filosoficamente impossibile la sua divinità; infatti l’incarnazione presuppone un mutamento e una degradazione, cosa impossibile in una divinità immutabile ed immobile. Perfino il cosmo (ossia l’esistente, la materia di cui è fatta tutta la realtà) era eterna e promanava dalla divinità per emanazione e non per creazione (la quale suppone un intervento diretto e quindi un mutamento) e abbisognava di una divinità intermedia, il Demiurgo, per garantire l’assoluta trascendenza della deità.
Per superare queste obiezioni, i teologi cristiani identificarono il Gesù storico con il principio universale del Logos. Ma che cos'è il Logos? Con tale termine gli Stoici non intendevano solo la ragione o il ragionamento corretto, ma anche e soprattutto una legge universale che governa tutte le cose, dunque anche il principio immanente (= interno) della realtà e ciò che dà origine all'universo stesso. Il Logos è dunque un principio divino che pervade tutto l'universo. Questa soluzione se da un lato permetteva di risolvere la contraddizione della trascendenza e dell’immanenza di Dio nell’universo e nella storia (in Cristo-Logos il Dio-Assoluto e trascendente diventa immanente e  contingente, cioè persona umana) dall’altra offriva il fianco a quella che sarà l’idea, presto abbandonata, del subordinazionismo del Figlio al Padre e che sfocerà nell’eresia ariana. Il merito, però, è di aver cristificato di colpo tutto il reale perché tutto il reale aveva per i greci la sua intelligibilità dal Logos. Una nozione che era già implicita nel concetto di Sapienza di Proverbi 8 e del Logos giovanneo. L’esempio della grecità evidenzia che la fede esige sempre un salto e un superamento del proprio orizzonte culturale. La filosofia greca trovò nella metafisica del Logos la via naturale per impostare il discorso sulla divinità di Cristo ma trovò in esso anche il suo limite: i greci cercavano un Dio trascendente e si scandalizzavano dell’umile storia di Gesù di Nazareth, il Dio con noi (l’Emmanuele di Is 7,14; cfr Mt 1,23). L’esperienza di Cristo come salvatore influisce sul processo teologico di chiarificazione della sua divinità. E così non poteva non essere dato che il cristianesimo non è una religione come le altre ma è l’esperienza vissuta con un uomo che è anche Dio: Gesù il Cristo.

I cristiani ed i beni terreni nel Vangelo di Luca

I cristiani ed i beni terreni nel vangelo di Luca


Obiettivo di questo lavoro è analizzare il rapporto tra i cristiani e i beni terreni nel vangelo di Luca. Faremo questo prendendo in esame il brano di Lc 16,19-31.
Il metodo adottato è quello sincronico, ossia lo studio del testo nella sua manifestazione letteraria. Questo metodo si compone delle seguenti fasi:
Fase preparatoria, delimitazione della pericope
1 Approccio globale
            1.1 CONTESTO
            1.2 TESTO                  a) dati                          b) conclusioni
                        1.2.1 Struttura
                        1.2.2 Genere letterario
                        1.2.3 Parole-chiave e campi semantici
            1.3 CONCLUSIONI
2. Approccio analitico
3. Sintesi teologica e attualizzazione

Brano analizzato: Lc 16,19-31
«[19]C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso, e tutti i giorni banchettava lautamente. [20]Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, [21]bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. [22] Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. [23]Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. [24]Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. [25]Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. [26]Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. [27]E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, [28]perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. [29]Ma Abramo rispose: Hanno Mosè ed i Profeti: ascoltino loro. [30]E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. [31]Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».


Delimitazione della pericope
Il brano si nota per il suo stile parabolico introdotto dalle parole “C’era un…”. Tale inizio consente una facile delimitazione, perché il brano si stacca nettamente dai versetti precedenti, che trattano del matrimonio, e dai versetti seguenti nei quali è evidente il cambio di genere letterario dovuto sia alle parole iniziali del cap. 17 “disse ancora”, che dall’argomento trattato: lo scandalo. Quindi la diversità di genere letterario e di argomento dei testi immediatamente precedenti e seguenti favorisce la delimitazione del brano in questione, che appare compatto e costituente un’unica unità letteraria anche se, come spiegheremo più avanti, può essere suddiviso in due sezioni.
Questi elementi, però, non consentono di fare del brano una sezione a sé stante per evidenti collegamenti sia con il blocco 1-13 (anch’esso divisibile in due unità: vv. 1-8 e 9-13) dello stesso capitolo, sia con la serie di parabole contenute nel capitolo 15, per ciò che riguarda il genere parabolico.
Possiamo concludere, dunque, che il brano 16,19-31 è ben definibile e collegabile con ciò che segue e che anzi sono i duo loghion sulla legge e sul divorzio a costituire una “intersezione difficilmente classificabile”[1].

1. Approccio globale
1.1. CONTESTO
1.1.1 Contesto ampio
Siamo nella seconda parte del vangelo di Luca, che parla del viaggio di Gesù verso Gerusalemme: 9,51-19,48. Essa può a sua volta essere suddivisa in quattro rispettive sezioni tenendo conto delle quattro introduzioni stereotipate πορεύεσθαι εις Ιερουσαλήμ “viaggiare verso Gerusalemme”, che le delimita così:
9,51-13,21      –         13,22-17,10   –          17,11-19,27    –          19,28-48
Si nota che le prime tre terminano con una parabola: il grano di senape, il povero servo, le mine. Noi ci muoviamo all’interno della seconda sezione dove Gesù insegna fra discepoli e farisei. Questa sezione si compone di insegnamenti dialogici, introdotti da problemi a Lui posti dal pubblico (vedi 13,23; 14,15), dai farisei (13,31; 14,1ss; 15,2; 16,14), mentre alla folla (14,25) e ai discepoli Gesù si rivolge direttamente senza domande previe (16,1; 17,1).
Questa parte è scomponibile in sei unità letterarie:
13,23-30 raccoglie due serie di loghia che riguardano l’escatologia futura;
14,1-24 inquadrata nella cornice di un banchetto in giorno di sabato presso un capo dei farisei;
Cap. 15 le mormorazioni di scribi e farisei (chiaramente definita dalla cornice iniziale) perché Gesù accoglieva e mangiava con pubblicani e peccatori;
Cap. 16 che narrativamente vuol continuare ad esporre l’insegnamento di Gesù (“diceva poi anche…”) rivolto ai discepoli;
17,1-10 discorso diretto ai discepoli che poi verrà interrotto a metà dall’intervento degli apostoli.
1.1.2 Contesto immediato
Il cap. 16 di Luca potrebbe essere intitolato “istruzione sul buon uso della ricchezza”. Il capitolo presenta una struttura assai evidente: la parabola del fattore infedele (vv. 1-13); un gruppo eterogeneo di loghia (piccola unità a sé stante vv. 14-18); la parabola detta “del ricco epulone” (vv. 19-31).
Possiamo ritenere tra l’altro che il v. 14 sia il trait-d’union tra la prima e la seconda parabola, dove nella prima ci viene dato un insegnamento sul come usare i beni terreni e nella seconda vi è un suggerimento sul come non usarli.
Capitolo 16: struttura
Parabola del fattore infedele vv. 1-13 (v. 8 termina la parabola; vv. 9-13 insegnamento sull’uso del denaro)
Unità a sé stante vv. 14-18              (v. 14 trait-d’union tra la I e la II parabola)
Parabola del ricco epulone vv. 19-31
La prima parabola del fattore disonesto ed astuto finisce con l’osservazione amara che “i figli di questo mondo sono più sapienti, nel loro genere, di quelli della luce”. La parenesi seguente 16,9-13 è unificata dalla parola iniziale (inclusione) “mammona”, infatti comincia con “E io vi dico: fatevi degli amici con la mammona ingiusta” (16,9)[2]; e dopo alcuni detti che giocano più o meno sullo stesso argomento, termina con “Non potete servire a due padroni… Non potete servire Dio e mammona” (16,13).
Al centro troviamo, come specificato prima, i vv. 14-18: i farisei dopo aver sentito Gesù si beffeggiano di lui (v. 14 centrale); seguono quattro loghia eterogenei di cui solo il secondo e il terzo sono legati in maniera più evidente dalla parola-gancio υομο (legge) v. 16-17 mentre il v. 18 può essere considerato una specificazione-attualizzazione del tema precedente.
Segue in continuità senza alcuna altra introduzione narrativa la parabola del ricco e del povero Lazzaro (16,19-31) che andremo ad esaminare meglio nei suoi diversi punti.

1.2 TESTO
1.2.1 Struttura
Il nostro brano può essere diviso in due parti:
                        1) 16,19-26
                        2) 16,27-31
Tale suddivisione è suggerita dal cambiamento di tema, infatti la prima (16,19-26) pre-lucana e conclusa in se stessa, si limita a descrivere la vita di benessere che il ricco aveva condotto senza dare particolari sul suo comportamento morale. La seconda parte (16, 27-31) può essere presa come reinterpretazione che prosegue il racconto precedente cambiando il tema, o meglio, il centro tematico che è quello del ravvedimento dei ricchi e il rapporto con la legge.


Presentiamo lo schema della struttura dell’intera pericope:
v. 19                a)         descrizione del ricco
                        b)         descrizione della sua situazione
v. 20)               a’)        descrizione del povero, con identificazione (nome)
                        b’)       descrizione (prolungata) della situazione del povero
v. 21                c)         ulteriore accentuazione della situazione disastrata
                                * da notare la stretta vicinanza materiale nella quale si trovano e come, nello stesso tempo, ci si                          ignora: questo prepara la prossima distanza (v. 26) e la cercata vicinanza (v. 24).
v. 22                intermezzo      a) morte di Lazzaro (descrizione prolungata e positiva)
                                                b) morte del ricco (descrizione stringata)
                                * già qui si prepara la divergenza e il ribaltamento della situazione terrena.
v. 23                nuova situazione del ricco (parte narrativa-descrittiva)
v. 24                cambia il genere letterario: discorso diretto
                        * da questo punto in poi lo schema diventa alternato con ritmo martellante e crescente fino a concludersi al v. 31.
                        a) grido del ricco
v. 25                b) risposta di Abramo
v. 26                c) spiegazione della negazione
                        * conclusione della prima parte.
v. 27-28a        a) richiesta del ricco
v. 28b              spiegazione della richiesta
v. 29                b) risposta perentoria di Abramo
v. 30                ulteriore tentativo del ricco
v. 31                c) conclusione del discorso e centro della parabola

La prima parte si può suddividere secondo lo schema a, b, a’, b’, il quale si deduce dal contrasto fra situazione iniziale e finale dei due personaggi.
a)         un uomo ricco che vestiva di porpora                                               v. 19
b)         un uomo mendicante di nome Lazzaro                                              v. 20
a’)        tu (il ricco) sei tormentato                                                     v. 25
b’)       ora lui (Lazzaro) è consolato                                                 v. 25
a)         un uomo ricco vestiva di porpora e di bisso                         
a’)\       banchettava lautamente
a’’)      è tormentato
b)         un mendicante di nome Lazzaro
b’)       giaceva coperto di piaghe bramoso di sfamarsi
b’’)      è consolato

Siamo di fronte al contrasto tra un ricco e un povero, infatti come già detto questa prima parte non vuole essere un rimprovero ai ricchi ma mira unicamente a presentare la situazione di contrasto, come lo schema a, b, a’, b’ evidenzia. Inoltre il v. 26 pone plasticamente la distanza che in vita separa la condizione sociale fra il ricco e Lazzaro, e che li separa anche nella morte. La valenza di questa sezione è il rovesciamento della situazione che costituisce la speranza che sostiene i poveri (v. 25) senza per questo essere un’accusa per i ricchi.
La seconda parte del brano costituisce una esplicitazione della prima ed è ad essa legata dalla parola “padre” (πατερ) che ricorre ai v. 27 e 30 (cfr v. 24). Vi è un cambiamento anche nei personaggi: Lazzaro non è più menzionato, restano il ricco e Abramo e vengono nominati i fratelli del ricco. Inoltre dal racconto, caratteristica della prima sezione, si passa al dialogo. La parola “ricco”, usata tre volte nella prima sezione scompare, resta la parola “tormento” (v. 28) che funge da collegamento.
Conclusioni
Quanto esposto sopra ci consente di trarre le seguenti conclusioni:
-          La suddivisione in due sezioni del brano postula un approfondimento nella comprensione del testo che dapprima fu recepito come parabola ed i seguito l’evangelista aggiunse la seconda sezione con il nuovo tema del ravvedimento dei ricchi. Il mondo pagano conosce già una simile storia[3] ma manca il contenuto essenziale, ossia la speranza dei poveri. Tale contenuto deriva dalla teologia lucana, come spiegheremo nella sintesi teologica.
-          Il brano si limita a fotografare la situazione del ricco e di Lazzaro prima e dopo la loro morte senza fornire giudizi etici.
-          Si intuisce la presa di posizione lucana sul tema della povertà e della ricchezza dal forte contrasto con cui vengono presentati i personaggi.
-          Compare la prospettiva escatologica della retribuzione dopo la morte.
-          Tutto il brano vuole costituire un insegnamento sulla ricchezza, vista in modo negativo, in linea con il pensiero di Luca.
-          Le due parti del brano sono unite ed intrecciate fra loro in modo mirabile e costituiscono un unico testo, come si può intuire dalla strutturazione.
1.2.2 Genere letterario
Il brano ha un genere letterario parabolico-parenetico, come notiamo sia dal suo complesso che dall’inizio “c’era una volta…” tipico dei racconti parabolici.
Si vuole dare un insegnamento, anche se in modo implicito, e per farlo si richiama ad un aspetto paradossale (cfr. il miracolo richiesto al v. 27). Ma vi è anche un genere apocalittico-escatologico desunto dalle parole tormento, abisso, ade, dagli elementi della natura (fuoco e sete), dal tema della retribuzione (v. 25).
Conclusioni
Il genere parabolico non mira a dare una verità astratta, avulsa dalla situazione concreta, ma è rivolta a persone che hanno bisogno di essere scosse, esortate (farisei e discepoli), confortate nel loro credere (i poveri di Luca). Il genere parenetico è un ammonimento implicito nel quale senza formulare giudizi morali si intende insegnare come fare uso rettamente dei propri beni. Il genere apocalittico aiuta l’idea contenuta nella parenesi rafforzandola.
1.2.3 Campi semantici e parole-chiave
Ricorrono con frequenza le parole:
-          ricco (πλουσιω)           3 volte                         vv. 19.21.22
-          povero (πτωχο)                       2 volte                         vv. 20.22
Inoltre l’autore ruota sulle parole tormento (βατανο 2 volte vv. 23.25) e tortura (οδυνω 1 volta v. 24). Il tema della ricchezza è alla base del nostro brano, come si desume in modo evidente dalla prima parte.
Caratteristico è il termine πλουσιος che compare nel NT 24 volte (16 nei vangeli di cui 11 in Luca: 4 volte nel cap. 16 e ben 3 volte nel nostro brano). Il termone significa basilarmente abbondanza di beni, benessere ed esistenza felice, elementi che esprimono benedizione divina. Viene riferito come aggettivo da Luca in senso materiale a persone. Luca si occupa della condizione sociale dei personaggi: il giovane ricco è anche un notabile, la parabola del ricco epulone è preceduta dalla critica ai farisei. Per Luca essere ricchi è un impedimento a seguire Gesù. Ruotano attorno ad esso o richiamano il concetto le parole: vestito di porpora, il bisso, banchettava ogni giorno splendidamente, di nuovo il termine ricco, beni (v 25).
In parallelo contrapposto vi è il tema della povertà desunto dalla parola πτωχος e da ciò che vi ruota intorno. Πτωχος appare 34 volte nel NT, 24 nei vangeli di cui 10 in Luca e ben 5 volte in rapporto ai ricchi: 2 nel nostro testo e in 6,20; 14,13; 21,3. Esso indica il povero, l’assoluta mancanza di mezzi che costringe a chiedere l’aiuto altrui. Lazzaro è alla porta del ricco ed i cani gli stanno intorno, particolare che indica il massimo della miseria in cui si può ridurre un uomo. Le parole richiamanti questo stato sono: mendicante, giaceva alla porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi, i mali.
Troviamo anche i temi contrapposti della gioia e della sofferenza che poi, dopo la morte, diventano tormento per l’uno e consolazione per l’altro. Il tema della misericordia, cara a Luca, lo lega con filo sottile al cap. 15. Il grido “abbi pietà di me…” (ελεή ον) in Luca è riscontrabile solo in tre testi:
1) 16,24                                              2) 17,13                                              3) 18,38-39
In 16,24 il termine “Padre Abramo” che precede presenta la richiesta intesa come misericordia di Dio e degli uomini mentre lo stesso grido negli altri due brani è rivolto al Gesù terreno (rispettivamente i dieci lebbrosi, il cieco) quindi esplicitato come richiesta di misericordia a Dio. Dal raffronto del nostro brano con gli altri due citati emerge qualcosa di singolare: per i lebbrosi e il cieco il grido trova ascolto. Per il ricco no. si pone il problema, perché accade? Perché i temi della conversione e della misericordia in Luca trovano la loro concretizzazione in vita, ora il ricco invoca pietà in morte ma non a causa di conversione ma semplicemente per lenire la propria sofferenza. Nemmeno quando vi è la richiesta del miracolo (v.17) c’è vera conversione ma solo l’intenzione di evitare la triste sorte ai propri fratelli.
Abramo fa riferimento alla Legge e ai profeti non soddisfacendo la richiesta di miracolo, infatti l’ultimo tema del nostro testo è proprio quello della Legge. In Luca solo due volte troviamo Legge e Profeti in parallelo e precisamente 16,29.31 e 24,27.44. La seconda parte della parabola, infatti, ha il suo centro e culmine nel v.31. Anche qui come nella prima parte c’è un forte contrasto tra la testimonianza del miracolo e la testimonianza delle Scritture. Gesù insisterà molto su             questo tipo di testimonianza (come nel secondo testo citato 24,27.44) e Luca ne farà uno dei motivi principali del libro degli Atti (cfr. 10,43 ss). Ma il tragico è che chi ha il cuore appesantito dai beni terreni ne può percepire e recepire l’invito alla conversione contenuto e presentato dalle profezie veterotestamentarie. Anche se un morto risuscitasse non crederebbero: Luca ha già espresso un giudizio sull’efficacia dei miracoli (10,13) e anche Giovanni ne farà uno dei suoi temi (5,46), sottolineando soprattutto la superiorità dei segni spirituali su quelli corporali (14,11; 20,29).
2. Approccio analitico
v.19     Due tratti caratteristici per il ricco e due per il povero, con attenzione lucana per il povero: dalla menzione del nome “profetico” quasi presagisca ciò che accadrà al v.22, versetto d’intermezzo che prepara il passaggio all’argomento successivo. La presentazione del ricco è stringata ma ricavata dalla realtà ad indicare che chiunque può essere quel ricco.
v.22     Si ha un capovolgimento della situazione; nella morte si eguagliano, si rende giustizia e si manifestano subito le sorti. Εγενετο, frequente nei LXX e non raro in alcune parti del NT (Sinottici, specialmente in Luca ed Atti); è un semitismo molto caro a Luca. È un uso dovuto al desiderio di dar subito al principio della frase un’indicazione verbale-temporale[4]. Per noi questo ha una doppia valenza perché la locuzione di tempo “ora avvenne che…”[5] sta ad indicare l’immediatezza del compiersi dell’azione dei personaggi e l’essere sempre attuale per gli ascoltatori.
Il grembo (κολπος) è presente solo cinque volte nel NT di cui tre in Luca (6,38; 16,22.23) e due volte in Giovanni legato nella prima citazione (Gv 1,19) a Dio e nella seconda a Cristo (Gv 13,23) mentre in Luca due volte è legato al termine Abramo (contenute nel nostro brano) e una volta intesa come grembo umano in modo indiretto (Lc 6,38). Questa espressione, rara negli scritti rabbinici, “riposare nel seno di Abramo” sta ad indicare la gioia eterna dei giusti. Gesù si adatta alla concezione palestinese dei suoi tempi sulla felice permanenza dei giusti nello Sheol.
v.23     Appare la parola equivalente greco dell’ebraico sheol. Essa è presente 12 volte nel NT di cui 4 nei vangeli e precisamente 2 volte in Luca (10,15 e 16,23) e a volte negli Atti (2,27-31).
In Luca 10,15 l’espressione greca του αυτον sta ad indicare moto a luogo e viene utilizzata come iperbole cioè una figura retorica che serve a sottolineare fortemente il concetto espresso.
v.24     Da questo versetto si passa al discorso diretto introdotto dall’espressione και αυτο. Questo modo di iniziare una nuova proposizione è frequentissimo in Luca e caratteristico del suo stile (più di 20 volte). Il dialogo tra il ricco e il padre Abramo serve a commentare il rovesciamento di situazione.
v.25     Questo versetto conclude la prima parte della parabola. Il primo termine che incontriamo è presente 24 volte nel NT, di cui 9 volte in Luca. In Luca 1,54.72 è legato alla legge e alle promesse di alleanza; in 16,25 e in 23,42 memoria degli episodi della propria vita; in 22,19 è intesa come anamnesi; i versetti rimanenti sono solo memoria astratta (24,6.8; 22,61).
Nel nostro versetto si intende come rilettura della propria vita da parte del ricco, dove l’imperativo aoristo positivo ordina di dare inizio ad un’azione nuova.
Altro termine è απελαβε collegato al precedente esprime il senso di ricevere al completo, l’aoristo una volta per tutte; il ricco ha dunque saldato il suo conto e non ha più diritto a nulla.
vv.29.31          L’imperativo ακου α τω αν ordina di dare inizio ad un’azione nuova ed è l’unico imperativo che troviamo nel nostro brano.
v.31     Il termine ανας, un congiuntivo attivo aoristo con εαν può indicare un’ipotesi più che un fatto reale.

3. SINTESI TEOLOGICA E ATTUALIZZAZIONE
Il brano in questione rientra nella catechesi sull’uso dei beni terreni che soggiace, anche se è ben evidente ad uno sguardo approfondito, al Vangelo di Luca. Infatti, se è l’unico che si preoccupa di annotare le condizioni sociali delle persone che man mano si incontrano nel racconto (cfr. i discepoli che hanno lasciato ogni cosa Lc 5,11-28; la parabola del ricco stolto e della fiducia nella provvidenza Lc 12).
Luca, dunque, presenta l’essere ricchi in modo sfavorevole ma sia quasi a pretendere una rinuncia obbligatoria alla ricchezza, come se queste fossero la condizione unica e necessaria per entrare nel Regno a scapito di ben altre condizioni più necessarie. Né Luca propone la povertà come ideale di vita come alcune filosofie caldeggiano e, peggio, come fuga dalle responsabilità. Luca propone una volontaria rinuncia alle ricchezze ai discepoli di Gesù per meglio occuparsi delle cose del Regno. La ricchezza per Luca costituisce un impedimento ad accettare l’Evangelo, per questo viene presentata in modo negativo (cfr. l’annotazione alla parabola del giovane ricco “divenne triste perché era molto ricco”). Ma che ai ricchi non venga impedito a priori l’accesso al Regno ei evince dal fatto che l’evangelista non formula giudizi su di loro, eccezion fatta per i farisei ma per ben altri e conosciuti motivi (e questo collega il nostro brano con il loghion di Lc 16,14-15) e d’altro canto egli narra la conversione di Zaccheo che era ricco. La rinuncia a ciò che per un certo modo considera un valore supremo, la ricchezza, deve derivare dall’incontro con il Signore e solo da questo; non può, quindi, essere imposta. Tale rinuncia da parte del discepolo, però, ha una forte carica testimoniale contro coloro che fanno cattivo uso della ricchezza.
Luca mostra il giusto atteggiamento di chi ha dei beni presentando Zaccheo che da la metà dei suoi averi in sintonia con le prediche sociali del Battista e di altri brani che spingono all’elemosina (Lc 3,10-14; vedi anche Is 58,7; At 11,27-30; Lc 11,39-41; 12,33; At 10,36; ecc…). Per Luca, dunque, la sequela Christi vissuta fino in fondo comporta la volontaria rinuncia alle ricchezze e la condivisione dei propri averi con i poveri. La povertà, appunto perché mette in condizione di doversi affidare a qualcuno, predispone meglio ad accogliere il Signore e il suo messaggio.
Il brano da noi esaminato rientra in questo quadro teologico per i motivi che abbiamo evidenziato nell’esposizione. L’insegnamento è appunto quello sottolineato da sempre anche dalla saggezza popolare, che la ricchezza non fa la felicità. Anzi la povertà diventa condizione favorevole all’accettazione del messaggio evangelico. Gesù scegliendo di nascere umile e povero mostra come questa situazione sia nella sollecitudine di Dio: il povero ora ha una speranza perché Dio si prende cura di lui. attraverso il riferimento a Mosè e ai profeti contenuto nei vv. 29-31, Luca ha impresso alla parabola un carattere parenetico-pastorale: chi si preoccupa dei poveri non ha bisogno dell’avvertimento dell’aldilà. Lazzaro giace davanti alle porte del ricco, quasi ad assumere il ruolo di giudizio sul ricco; potremmo azzardare l’idea che i poveri sono l’accusa vivente dei ricchi un po’ come i lebbrosi lo erano per la società del loro tempo.
Anche oggi la povertà continua ad accusare i ricchi in un mondo dove circa il 20% sfrutta il restante 80% per procacciarsi non solo il proprio sostentamento ma il superfluo più superfluo. Anche oggi i poveri giacciono davanti alle porte dei ricchi, desiderosi di sfamarsi con le briciole. I cristiani sono chiamati a testimoniare il Vangelo, a riconsiderare il loro modo di vivere la fede e ad uscire dal “sonno del giusto”.
Bibliografia

S. Ernest, Il Vangelo secondo Luca, vol. II, Morcelliana 1990
S. Ernest, Luca. Un ritratto teologico, Morcelliana 1988
B. Prete, L’opera lucana, contenuti e prospettive, LDC 1986
H. Gressmann, Vom reichen Mann und armen Lazarus, ABA, Berlino 1918
Kittel, Grande lessico del NT, Paideia
B. Corsani, Esegesi di un testo biblico, Claudiana
G. Barbaglio, I Vangeli, Cittadella editrice, Assisi
G. Nolli, Evangelo secondo Luca, ed. Vaticana


[1] J. Ernst, Luca, un ritratto teologico, ed. Morecelliana 1988
[2] Termine presente nell’originale greco.
[3] H. Gressman, Vom reichen Mann und armen Lazarus, ABA, Berlino 1918.
[4] G. Bonaccorsi, Primi saggi di filologia Neotestamentaria, vol. I, 1933
[5] Cfr. Nuovissima versione della Bibbia, Luca, EP, i Vangeli, Barbaglio, Cittadella.