lunedì 2 aprile 2012

Interpreazione cristiana ed ebraica delle Scritture

Il significato globale dell’Antico Testamento
nell’interpretazione canonica cristiana ed ebraica.
Introduzione.
Quando si guarda a quella parte della bibbia denominata AT e che per gli ebrei è la Scrittura (sarebbe meglio dire “Lettura” in quanto in ebraico viene chiamata Hammiqrà, dal verbo ebraico qr’ ossia proclamare ad alta voce), potremmo avere delle sensazioni differenti: innanzi tutto pensare al ruolo che nella storia della salvezza ha avuto il popolo che ha prodotto questi testi e del quale si narrano le vicende nei cosiddetti “Libri Storici”, cioè soprattutto quello di preparazione, ben sottolineato dall’uso che gli evangelisti hanno fatto del testo di Is 40,3 “La voce di uno grida: Preparate nel deserto la via del Signore”; l’ultimo epigono di questa preparazione è rappresentato da Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti, cosa che sembra confermata dallo stesso Gesù in Mt 11,13-14: “Poiché tutti i profeti e la legge hanno profetizzato fino a Giovanni. Se lo volete accettare egli è l’Elia che doveva venire”,[1] riferendosi alla profezia finale di Malachia.
In una visione in cui si afferma la superiorità della rivelazione cristiana, si può cadere nel fraintendimento di vedere l’AT come il testo di una religione mal riuscita, in quanto non ha aderito al Verbo incarnato. Oppure, seguendo la corrente gnostica di Marcione, si può vedere l’AT come il libro che descrive le gesta di un Dio sanguinario contrapposto al Padre amorevole rivelatoci in Cristo nel NT. Inoltre, rispetto alla coerenza espressa dai testi del NT (anche se solo apparente), coerenza dovuta all’unico contenuto che è la rivelazione definitiva in Gesù Cristo, si ha l’impressione, guardando all’AT, di una certa confusione: i libri non sembrano distribuiti secondo un ordine logico; vi sono da un lato libri storici disomogenei tra loro, che non coprono tutto l’arco di storia prima di Gesù, che lasciano dei vuoti riguardo ad epoche nevralgiche della storia del postesilio. Vi sono anche dei racconti, che sono collocabili a stento in un’epoca precisa, come il libro di Ester. Anche i profeti, sebbene raccolti insieme, danno l’impressione di un disordine interno: oracoli contro le nazioni che si mischiano ad oracoli contro il popolo, messaggi di speranza giustapposti a condanne inappellabili, profezie chiaramente messianiche mischiate a testi del tutto incomprensibili. Infine, tra gli storici e i profeti sono inseriti quei libri che non sapremmo come classificare: sapienziali? Liturgici? Poetici? Addirittura c’è qualche libro, come il Cantico dei Cantici, che ha un argomento ritenuto poco decente da una morale classica, salvato solo perché interpretato allegoricamente: di Dio non se ne parla affatto in esso. La filosofia dell’Ecclesiate (o Qoelet nelle bibbie cattoliche) sembra simile a quella degli epicurei, totalmente disinteressato com’è di risolvere i problemi teologici e che sembra vedere il massimo della felicità in una vita edonistica. Vi sono testi che contengono autentiche sfide contro Dio, come quello di Giobbe, libro che dà l’impressione di essere stato aggiustato alla meglio con una conclusione posticcia per inserirlo nella bibbia.
Che rapporto hanno tutti questi testi con il Dio di Gesù Cristo? dovremo dire come Paolo nella lettera ai Galati (3,23), che fino a quando rimaniamo nell’AT siamo come bambini che hanno bisogno di divenire adulti con la rivelazione di Gesù? Ma allora la religione ebraica, che continua a sopravvivere nonostante tutti i tentativi aberranti di cancellarla, è una religione per bambini? In sintesi, l’AT ha una sua autonomia e dignità a prescindere dal NT, o esiste solo in funzione del NT, sia che lo si veda come premessa e promessa sia che lo si veda come antitesi o lontana ombra, per citare di nuovo Paolo (2Cor 3,1-8)?
La tradizione cristiana reinterpreta l’AT.
Per una chiara comprensione del problema occorre stabilire una prima cosa: tra l’AT della tradizione cristiana, ereditata attraverso la Vulgata dai LXX ossia la traduzione greca della bibbia, e la Scrittura ebraica vi è una differenza nell’ordine dei libri (la chiesa cattolica ha  anche una differenza quantitativa perché inserisce alcuni libri detti deuterocanonici che le bibbie protestanti respingono). La questione dell’ordine dei libri non è secondaria in quanto i libri dell’AT non sono posti a caso ma seguono un preciso disegno, diverso per ogni tradizione religiosa. La differenza tra ebrei e cristiani per quanto riguarda la Scrittura non è solo nella quantità di libri o nell’aggiunta del NT, ma nella comprensione stessa che si ha dei vari libri, disposti in un ordine che faccia capire il tutto e non solo le singole parti. Dunque sono legittime entrambe le interpretazioni e si farebbe torto agli autori neotestamentari e a Gesù stesso se non si prendesse in considerazione la lettura che l’ebraismo dà della Scrittura. Bisogna avere una nuova comprensione dell’AT inteso non come prefazione dell’evento Cristo né come biblioteca ma come un tutto che ha un significato e un messaggio proprio in quanto totalità.
Nelle bibbie cristiane l’AT viene diviso in quattro parti (sarebbe più logico una divisione in tre parti, considerando il Pentateuco e i Libri Storici come un unico racconto): Pentateuco, Libri Storici, Libri Poetici e Libri Profetici. Dietro questa divisione vi è l’influsso della Scrittura ebraica, a sua volta divisa in tre parti. In realtà tale divisione è completamente artificiosa in quanto nella tradizione cristiana non si faceva una distinzione del genere. Il concetto che ha caratterizzato l’interpretazione della Scrittura nel cristianesimo è quello di “Storia della salvezza” che parte dalla creazione e dalla caduta dei progenitori, ha come centro l’incarnazione redentrice del Verbo ed ha come compimento la parusia. In questa ottica abbiamo un unico svolgimento degli eventi in cui dopo un inizio promettente (la creazione, la custodia del giardino: Ge 1-2) insorge il problema da risolvere, cioè la caduta dovuta alla disobbedienza da parte della prima coppia (Ge 3). Tutto l’AT è interpretato alla luce di questa caduta e della necessità che ci sia qualcuno che venga a redimere, cioè Gesù Cristo, che non è da vedersi tanto come il Messia atteso da Israele quanto come il Salvatore universale. In tale ottica la liberazione di Israele, come la figura del messia regale, assume una connotazione di metafora del vero liberatore, che è colui che deve riportare allo stato primigenio della prima comunione con Dio. Avviene in questo modo una vera inversione di significati: il racconto della cacciata dal paradiso era nella mente dello scrittore ebreo una metafora che anticipava la catastrofe dell’esilio; per l’interpretazione cristiana, invece, il ritorno dall’esilio annunciato dai profeti diventa metafora del ritorno dell’umanità esiliata dal paradiso ad opera di Gesù Cristo.  
Con questa chiave interpretativa tutto l’AT, e non solo una parte di esso, diviene profezia della venuta di Cristo, a cominciare dal Ge 3, non a caso chiamato “Protovangelo” ossia il primo annuncio della salvezza proclamata da Dio stesso quando maledice il serpente: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno” (Ge 3,15). La conferma di questo modo di interpretare l’AT ci viene dal NT stesso, nel brano citato sopra (cfr Mt 11,13-14). Altri testi in questa direzione sono Lc 24,27 dove Gesù spiega Mosè ed i Profeti per indicare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire. Così Filippo dice a Natanaele che Gesù è colui del quale hanno scritto Mosè ed i profeti (Gv 1,45).
Per meglio comprendere bisogna guardare anche alla conclusione dell’AT cristiano: esso termina con il libro di Malachia, dove si legge in 4,5-6: “Ecco, io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e terribile. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio”. Queste sono le esatte parole riprese da Luca all’inizio del suo Evangelo, quando l’angelo Gabriele annuncia a Zaccaria la nascita del Battista che dovrà preparare definitivamente la venuta del Signore in Gesù Cristo (Lc 1,17).  Tra la prima profezia fatta da Dio stesso in Ge 3 e l’ultima fatta per bocca di Malachia, vi sono tute le altre profezie sparse nell’AT. Queste profezie non si trovano solo nei Libri Profetici ma anche negli altri. In Nm 24,17 vi è la profezia di Balaam: “Lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma non vicino; un astro sorge da Giacobbe, e uno scettro si eleva da Israele”. In Dt 18,18 Mosè dice: “Io [il Signore] farò sorgere per loro un profeta come te in mezzo ai loro fratelli, e metterò le mie parole nella sua bocca ed egli dirà loro tutto quello che io gli comanderò”. In 2Sam 7,12 Samuele dice a Davide, a nome di Dio: “Io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, il figlio che sarà uscito da te, e stabilirò saldamente il suo regno”. C’è poi l’intero Salmo 22 e infine Gb 19,25 “Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere”. Per non citare i tanti testi provenienti dai Salmi regali. Tutto questo ci mostra come il confine tra libri profetici propriamente detti e gli altri è molto labile. Non a caso alcuni Padri definiscono Giobbe e Davide profeti. Si può obiettare che nella bibbia il profeta non è in realtà chi annuncia il futuro ma chi parla al posto di Dio. Ed è esattamente questo il significato nel mondo semitico ma non nell’interpretazione cristiana tradizionale, dove il profeta è proprio chi annuncia il futuro ma non un futuro qualsiasi bensì quello qualitativamente determinante per la salvezza: la venuta di Gesù come salvatore; l’annuncio di quello che l’evangelo di Marco chiama kairòs, il tempo opportuno.
Il contributo dell’apostolo Paolo.
A questa lettura dell’AT non si è giunti arbitrariamente ma grazie a ciò che Paolo ha esposto nella lettera ai Romani, a proposito dei due Adami: attraverso il primo è entrato nel mondo il peccato e la morte, attraverso il secondo la vita (Rm 5). Perché l’AT diventa un’unica profezia non del messia (che diventa metafora) ma del redentore? L’interesse di Paolo è giustificare la predicazione di Cristo ai pagani, i quali non rientrano propriamente nella promessa di Abramo, né nel popolo dell’alleanza stipulata da Mosè; dove fondare la necessità che anch’essi ricevano l’annuncio? Non in quanto destinatari della promessa del messia, ma in quanto destinatari della promessa contenuta nella Genesi: in Adamo ed Eva non solo un popolo è presente ma tutta l’umanità. Possiamo dire che nella necessità teologica espressa da Paolo che tutti si salvino in Gesù è fondata l’interpretazione profetica di tutto l’AT, a partire dai primissimi capitoli. Fin dall’inizio era necessario non tanto un messia, figura troppo nazionale, ma un salvatore.
La Bibbia Ebraica.
Fatte queste opportune premesse, è possibile ora analizzare com’è disposta la Scrittura ebraica. Un altro nome per indicare la bibbia è TaNaK, un acronimo, costituito dalle iniziali dei nomi delle tre parti di cui è composta la bibbia bbraica e cioè Toràh, Nebiim e Ketubim: Legge, Profeti e Scritti. Mentre nella bibbia cristiana le divisioni sono artificiose e posticce (in quanto l’unica divisione tradizionale è quella tra AT e NT con un significato basato sul binomio promessa/compimento), nella Scrittura ebraica tale divisione è consacrata dalla tradizione ed è avallata dalla disposizione stessa, non casuale, dei libri all’interno delle singole parti.
Innanzitutto la Toràh, che contiene i libri attribuiti a Mosè e che corrisponde esattamente ai primi cinque libri della bibbia cristiana. Seguono poi i Profeti (Nebiim), divisi convenzionalmente in Anteriori e Posteriori, comprendente alcuni dei nostri libri storici (Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re) e quasi tutti i nostri profeti (Isaia, Geremia, Ezechiele, Libro dei 12 Profeti Minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo Zaccaria, Malachia). La collocazione dei libri cosiddetti storici tra i profeti è dovuta essenzialmente al fatto che sono attribuiti a persone ritenute profeti dalla tradizione giudaica: Samuele, al quale si attribuiscono Giosuè, Giudici e 1-2 Samuele e Geremia, a cui si attribuiscono i libri dei Re. infine gli Scritti (Ketubim), o meglio, gli scritti rimanenti, quelli cioè che non sono entrati nel gruppo della Legge e dei Profeti. In questa sezione troviamo materiale di diverso tipo, da quello narrativo al poetico, al profetico, al sapienziale. Vi sono i Libri dei Salmi, di Giobbe, dei Proverbi, i cinque rotoli o Meghillot (libri che si leggono in alcune ricorrenze[2]), Daniele, Esdra, Neemia, 1-2 Cronache. Sono ovviamente esclusi i deuterocanonici.
Una cosa molto importante da sottolineare è che non tutte le parti del TaNaK sono sullo stesso piano, ma vi è un rapporto di dipendenza delle ultime parti dalla prima, vi è una sorta di gerarchia all’interno dei testi biblici che non hanno (e non avevano ai tempi di Gesù) lo stesso grado di normatività. I criteri non sono di antichità ma di qualità della rivelazione: nella Toràh vi è un grado di rivelazione e di impegno enormemente superiore rispetto ai Profeti e agli Scritti. Ai tempi di Gesù, infatti, era possibile che convivessero gruppi religiosi, come i sadducei e i farisei, dei quali i primi riconoscevano solo l’ispirazione della Legge, i secondi (che certamente hanno influito nella formazione del canone cristiano) che invece accettavano altri testi, ritenuti importanti per capire meglio la Legge di Mosè. La questione era sempre una: come interpretare e attualizzare la Legge nel proprio contesto. Per i farisei alcune forme di interpretazione erano normative, dunque sacre.
L’interpretazione ebraica della Bibbia.
Tra le varie parti del canone ebraico vi sono delle relazioni e dei rimandi. Prima di tutto, però, occorre osservare la totalità della bibbia: essa inizia con la Legge di Mosè e termina con il II Libro delle Cronache: perché? In realtà i libri di Esdra e Neemia raccontano eventi successivi all’editto di Ciro, col quale si conclude il II Libro delle Cronache e probabilmente appartengono allo stesso redattore, il cosiddetto “Cronista”. Eppure nella bibbia ebraica vengono conservati in ordine inverso: probabilmente proprio per il contenuto dell’editto di Ciro: “Così dice Ciro, re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque fra voi è del suo popolo, sia il Signore, il suo Dio, con lui, e parta!”. In realtà il verbo originale ‘lh significa salire (e non partire) ed è il verbo tipico del pellegrinaggio al Tempio (anche Gesù parla di un salire a Gerusalemme) ed è anche uno dei verbi usati nell’Esodo per parlare del viaggio verso la terra promessa.
Chiaramente vi è qui una prima distinzione tra il canone ebraico e quello cristiano e ciò contribuisce a orientare una diversa interpretazione: il canone cristiano è aperto alla venuta futura del Messia, annunciato già dalla Genesi e fino a Malachia. Il canone ebraico ci manda a Gerusalemme, la terra santa e il Tempio; non vi è nessuna sottolineatura messianica, ma piuttosto l’invito a realizzare quello che è l’augurio che ogni anno gli ebrei si scambiano a pasqua: “il prossimo anno a Gerusalemme”. Non si tratta di apertura ad un futuro escatologico ma piuttosto un invito verso una direzione concreta, così realizzabile che il mito della Gerusalemme capitale indivisibile tuttora ha dei risvolti sul piano politico mondiale.
L’ebraismo, dunque, non è un cristianesimo mancato ma piuttosto un esito diverso a partire dallo stesso materiale avuto a disposizione da diversi gruppi religiosi dell’ebraismo del secondo Tempio, quello dei tempi di Gesù e di Paolo, gruppi tra i quali alcuni sono scomparsi ed altri hanno posto le basi per il cristianesimo, altri ancora hanno continuato un tipo di lettura della Legge di Mosè che ha portato all’ebraismo attuale.
Che relazione intercorre tra le singole parti del canone ebraico, considerato il loro diverso grado di normatività? Partiamo dalla conclusione della parte più importante: la Toràh, attribuita dalla tradizione a Mosè, il quale avrebbe descritto, secondo la tradizione rabbinica, la sua morte in maniera profetica. Il testo, infatti, si conclude proprio con la morte di Mosè (Dt 34,1-2). Di lui il testo conclusivo della Legge dice cose molto importanti, che fanno emergere il ruolo unico che Mosè ha avuto nella rivelazione biblica: “Non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale il Signore abbia trattato faccia a faccia. Nessuno è stato simile a lui in tutti quei segni e miracoli che Dio lo mandò a fare nel paese d’Egitto contro il faraone, contro tutti i suoi servi e contro tutto il suo paese; né simile a lui in quegli atti potenti e in tutte quelle grandi cose tremende che Mosè fece davanti agli occhi di tutto Israele” (Dt 34, 10-12). Il testo non è solo un elogio di Mosè ma ci dice anche qualcosa sul posto che il suo libro, la Legge, ha nel canone ebraico: la rivelazione di Mosè non si può paragonare a nessun’altra rivelazione data per mezzo dei profeti, perché Mosè ha un rapporto particolare con Dio (lo vede faccia a faccia) ed è uno strumento privilegiato nella lotta di liberazione dall’Egitto. La relazione di Mosè con Dio e l’evento dell’Esodo sono eventi unici nella storia, per cui anche i libri che ne parlano acquistano un carattere di unicità. Mosè, non Abramo, né Giosuè, né Davide, né altri sono i fondatori di Israele e Israele non è il popolo della terra ma il popolo dell’Esodo: Israele esiste già quando non è ancora indipendente in una terra ed esisterà anche quando perderà il possesso della Terra. Tuttavia la vicenda dell’Esodo ha uno scopo, la terra, che però rimane fuori dai testi più importanti, come una conquista a cui tendere continuamente nella storia. L’esodo è un dato fondamentale per la fede di Israele, il possesso della terra no e Israele non ha mai attribuito la colpa a Dio per la sua perdita, bensì ai suoi tradimenti (di ciò testimoniano abbondantemente i profeti).
L’importanza della Legge rispetto al resto della bibbia lo si può notare anche guardando direttamente alle altre parti. Se osserviamo l’inizio e la fine dei Libri Profetici, notiamo che essi costituiscono una grande inclusione, fenomeno tipico della letteratura biblica. Il primo dei profeti, Giosuè, al primo capitolo afferma che questo aiutante di Mosè non riceve il titolo di Servo di Dio, come Mosè: ha un grado inferiore di importanza; non continua l’opera di Mosè come suo successore nel carisma di legislatore, ma porta solo a compimento l’opera di Mosè introducendo il popolo nella terra promessa. Tra le raccomandazioni che Dio fa a Giosuè ve ne è una molto interessante: “Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai” (Gs 1,7-8). La Legge è stata affidata da Mosè a Giosuè e non da Dio stesso: Mosè verso Giosuè conserva un ruolo di mediatore. Tale testo costituisce la chiave di interpretazione di tutto ciò che segue: Israele sarà felice se obbedirà alla Legge. Si allude qui ad un libro scritto, che altri non è che la Toràh. Tutta la storia di Israele fino all’esilio è misurata con questo metro.
Alla conclusione del Libro dei Profeti incontriamo il libro di Malachia, il profeta che nella bibbia cristiana chiude tutto l’AT. Prima dell’accenno ad Elia e alla venuta del Signore, Malachia fa un’altra affermazione importante: “Ricordatevi della legge di Mosè, mio servo, al quale io diedi sull’Oreb leggi e precetti, per tutto Israele” (Mal 4,4). La conclusione dei Profeti ci rimanda nuovamente alla Legge, che deve essere tenuta a mente, ricordata. La funzione dei profeti, infatti, è proprio quella di rammentare, richiamate alla fedeltà a Dio attraverso la sua Legge. In un altro passo, in 2Re 17,13, si legge: “Eppure il Signore aveva avvertito Israele e Giuda per mezzo di tutti i profeti e di tutti i veggenti, dicendo: Convertitevi dalle vostre vie malvagie, e osservate i miei comandamenti e i miei precetti, seguendo in tutto la legge che io prescrissi ai vostri padri, e che ho mandata a voi per mezzo dei miei servi, i profeti”. In tale ottica i profeti sono più rivolti al passato che al futuro, non sono gli annunciatori del tempo messianico, anche se non mancano oracoli di tal genere; essi sono soprattutto i custodi e gli interpreti della Legge di Mosè per i loro contemporanei: più che a una nuova religione, essi vogliono riportare all’amore di prima. Anche la profezia di Ger 31 non parla di una nuova legge ma di una nuova alleanza, con la quale Dio scrive la sua Legge nel cuore del popolo.
Anche gli Scritti hanno una relazione con la Legge. All’inizio di questa sezione abbiamo una “prefazione” che ne indica il legame con la Legge. Nel Salmo 1 si legge: “Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori; né si siede in compagnia degli schernitori; ma il cui diletto è nella legge del Signore, e su quella legge medita giorno e notte” (vv. 1-2). Tale inizio richiama il discorso di Dio a Giosuè. La funzione degli Scritti non è di aggiungere qualcosa alla Legge ma di meditare, approfondire, il contenuto della Legge. La fine degli Scritti apparentemente sembra non  rimandare alla Legge, anche se in Ne 8 (che cronologicamente viene dopo le Cronache) vi è la lettura pubblica della Legge. Tuttavia è importante per la struttura globale del canone ebraico che alla fine non ci sia l’accenno alla Legge ma il frutto della fedeltà alla Legge: il dono della terra.
Apertura verso il NT della bibbia ebraica.
È qui, infatti, che si può inserire la speranza messianica che ci apre al NT. In effetti la Bibbia ebraica, sia nella sua totalità che nelle sue parti, ha una struttura aperta al futuro: alla fine della legge Mosè contempla la terra ma non vi entra e neppure il popolo. Giosuè introduce nella terra ma questa verrà persa con l’Esilio. La venuta del Signore in Malachia è preceduta da Elia, perché deve riportare il popolo alla fedeltà altrimenti il Signore colpirà la terra con lo sterminio. Alla fine degli Scritti, Ciro invita a tornare alla terra per ricostruire il Tempio. L’AT, anche nel canone ebraico, è una sinfonia incompiuta: attende qualcos’altro. Quando il popolo tornerà alla sua terra e il Tempio sarà ricostruito? Qui si inserisce la speranza messianica: il fine di tornare alla terra è quello di essere indipendenti e si ha bisogno di un capo che rappresenti Dio, come Davide. Questa non è una conseguenza necessaria del canone ebraico, ma il NT prende atto di tale speranza. Esso non è un nuovo inizio ma ha il sapore di compimento; è l’interpretazione più autorevole perché definitiva. Gesù stesso dice “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento” (Mt 5,17). In che modo il NT è compimento dell’AT? Abbiamo visto come Profeti e Scritti siano direttamente collegati con la Legge e non vi sia un passaggio intermedio tra legge e scritti tramite i profeti, ma ciascuna parte è collegata con quella principale. Nell’interpretazione ebraica la Legge è al centro tra i Profeti e gli Scritti: essa da il significato a tutto il resto, che esiste solo in funzione di una maggior comprensione della Legge. In un certo senso, tenendo presente il canone ebraico, il NT rimanda direttamente a Mosè e alla sua Legge: questa è l’interpretazione di due evangeli molto giudaici come Matteo (per il quale Gesù è il nuovo Mosè, quello definitivo, il compimento) e Giovanni (per il quale Gesù è la vera Legge, intesa come rivelazione di Dio). Nell’ottica del compimento inaugurato da Gesù la terra diventa il “Regno dei cieli”.
Gesù reinterpreta i dati dell’AT ma rimane in continuità con essi. Simbolicamente la sua apparizione pubblica avviene dove Mosè ha passato il testimone a Giosuè: sulle rive del Giordano. Il nome di Giosuè e di Gesù hanno lo stesso significato: “Dio salva”. La vita e la predicazione di Gesù si innesta, dunque, su tale speranza definitiva e da una risposta definitiva con la sua vittoria sulla morte e l’ingresso nella vera terra: il seno del Padre. La linea di interpretazione di Gesù è in continuità con l’universo concettuale ebraico e diverge dalla posizione di Paolo, che interpreterà l’opera di Gesù sullo sfondo della colpa originale. Le due direzioni non si oppongono, ma hanno una funzione diversa: Paolo sin rivolge ai pagani, i quali sono tutti presenti in Adamo; Gesù si rivolge agli ebrei, che attendono la liberazione definitiva dai nemici e solo attraverso di essi, anche ai non ebrei.
Anche il NT ha una struttura aperta al futuro, sia in rapporto con l’interpretazione cristiana che ebraica dell’AT. Gli evangeli si concludono con l’invio in missione e l’Apocalisse termina con il grido “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20). La chiesa non è il regno di Dio e il Signore deve ancora definitivamente venire: ci sarà sempre bisogno di Elia e del battista, di profeti che preparino la sua venuta, convertendo alla solidarietà e alla fratellanza uomini e donne. Ma anche nell’ottica ebraica vi è un significato ulteriore: la visione della Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse, che scende dal cielo, collega la conclusione del NT con quella dell’AT, con l’editto di Ciro che invita a salire a Gerusalemme.
Da questo punto di vista il dialogo tra ebraismo e cristianesimo può fondarsi su elementi comuni: non sul concetto di redenzione, bensì sulla tensione verso un compimento, una terra a cui giungere, dono e promessa di Dio. Ci sono stati tramandati dei libri che non vanno interpretati come monadi, che servono solo di edificazione per la nostra vita spirituale di singoli credenti e di chiese ma ci è stato tramandato un tutto che è  qualcosa di più delle singole parti. Ogni volta che ci accostiamo ad un singolo testo biblico, sia esso dell’AT che del NT, non bisogna dimenticare questo ampio contesto che è l’intera Scrittura, le cui parti si illuminano a vicenda.


[1] Tutte le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Versione Nuova Riveduta della Bibbia, edita dalla Società Biblica Britannica & Forestiera, 1994.
[2] Il Cantico dei Cantici a Pasqua, Rut a Pentecoste o Shavuot (Settimane), Lamentazioni il 9 di Av (la distruzione del Tempio), Qohelet nella festa delle Capanne, Ester nei Purim.

1 commento:

  1. Claudio Minetti Caro Antonio Gioia, ho letto il tuo articolo e ho imparato molte cose. Vorrei chiederti una cosa: potresti articolare meglio quella che tu chiami la 'linea di interpretazione di Gesù' e la sua differenza dalla 'posizione di Paolo'? Se non h...o capito male, tu ritieni che Gesù interpelli solo il popolo ebraico e sarà Paolo a integrare questa visione con l'umanità intera. Nei vangeli, però, ci sono rare occasioni in cui lo stesso Gesù parla agli stranieri e li conduce alla salvezza. Puoi spiegarmi meglio questa tua visione? Infine, sebbene colgo il tuo sforzo di rispondere all'accusa classica di un ebraismo come 'cristianesimo mancato', non sarebbe più corretto dire che è il Cristianesimo ad essere 'un esito diverso a partire dallo stesso materiale avuto a disposizione da diversi gruppi religiosi dell’ebraismo del secondo Tempio'? Se è vero che l'ebraismo attuale non è l'ebraismo di allora, se è vero che esso nasce sulla scorta di ibridazioni, pure non credo che sia 'politicamente' (e quando si parla di queste cose, volendo o nolendo, sempre di politica si parla) neutro metterla in un modo piuttosto che nell'altro.

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