Il paradosso evangelico della lavanda dei piedi.
Mi ha sempre affascinato il brano evangelico della lavanda dei piedi che Gesù compie verso i suoi discepoli. Affascinato e intimorito, perché se è vero che tale gesto è anche un esempio per i futuri discepoli, esso deve inquietare la mia coscienza addormentata. Il gesto di Gesù che lava i piedi ha un grande significato e assolve nella trama del quarto evangelo un ruolo molto simile a quello dell’ultima cena nei sinottici: rivelare il senso della Passione imminente e tracciare la strada della futura chiesa nel mondo. Esso appare un vero e proprio segno giovannico, anche se il termine manca in questo episodio. Già la cornice è carica di significato: Gesù compie il gesto in prossimità della Pasqua, durante una cena che possiamo qualificare come cena del Signore, e nella piena consapevolezza della Passione. È una triplice cornice che inquadra non soltanto l’episodio della lavanda dei piedi, ma anche tutti i discorsi che seguono. Si ritiene che fra tutte le pericopi del quarto evangelo questa sia la più discussa. Le varie posizioni degli studiosi possono suddividersi in due categorie: alcuni vedono nel gesto di Gesù una lezione di umiltà, illustrazione concreta del comandamento dell’amore; più numerosi sono quelli che vi vedono una dimensione simbolica e teologica quale l’incarnazione, l’ultima cena e il battesimo.
Nel brano vi è una tensione: i vv. 6-10 sembrano interpretare il gesto di Gesù come una purificazione; i vv. 12-15 insistono invece sull’umiltà e sul servizio. Siamo in presenza di due tradizioni differenti e successive o di due tradizioni omogenee? Alcuni autori qui distinguono due filoni che presentano diverse interpretazioni del gesto. Comunque stiano le cose è possibile che due tradizioni diverse siano state fuse insieme e entrambe gettano luce sul senso del gesto di Gesù. Il brano sembra porre l’accento sul fatto di lavare i piedi, ponendo così in primo piano l’umiltà, l’abbassamento, il servizio. Il brano sembra ricalcare la struttura tripartita in uso presso i rabbini del tempo. Si tratta di un procedimento pedagogico, che consiste nel fare un gesto misterioso, che suscita una domanda che fornisce l’occasione per un insegnamento. Infatti ritroviamo:
- Il gesto misterioso vv. 4-5
- La domanda del discepolo v. 6
- L’insegnamento di Gesù vv. 12-15
Questa struttura è più rimarcata nella celebrazione della Pasqua ebraica dove il più giovane dei partecipanti doveva porre una domanda che suscitava la spiegazione della celebrazione (cfr. Es 12,15-27).
La lavanda dei piedi resta un gesto insolito: esso avviene non all’ingresso della casa ma durante la cena e lo compie non un servo ma il Maestro. Questo modo di procedere è tipico dell’evangelo di Giovanni, il quale offre letture sovrapposte degli avvenimenti e dei gesti di Gesù. Il gesto è interpretabile su piani differenti; gli interlocutori non comprendono perché restano su un piano carnale; Gesù (o l’evangelista) offre la vera spiegazione del gesto (cfr. il discorso a Nicodemo o la cacciata dei venditori dal tempio).
Il v. 1 introduce non solo l’episodio ma tutta la sezione dei discorsi di commiato. È ricco di temi: la Pasqua, l’ora, la consapevolezza di Gesù, i discepoli, l’amore. Gesù è consapevole dell’imminenza della Passione e sa che la croce rappresenta il passaggio al Padre: non morte ma ascensione. Perché si sottolinea questa duplice consapevolezza di Gesù? Non tanto per mostrare la divinità di Gesù ma per mettere in luce la serietà e la libertà con cui Gesù affronta la morte. Ciò che avviene non è per caso, senza senso: è invece previsto e non distrugge il progetto di Dio. La morte, il tradimento, la sconfitta della croce,la solitudine dei discepoli nel mondo fanno parte del piano di Dio. E Cristo assume tutto questo liberamente.
Il participio aoristo agapésas (avendo amati) e l’indicativo aoristo (li amò) si riferiscono a tutti i gesti compiuti da Gesù verso i suoi discepoli. La grande testimonianza dell’amore di Cristo non è soltanto la lavanda dei piedi ma tutti i gesti e le parole di Gesù. L’amore è la chiave esegetica dei capp. 13-19. Il verbo usato da Giovanni per indicare l’amore è agapàn e non filéin (amore umano), per sottolineare gli aspetti religiosi dell’amore. L’amore di Gesù viene da Dio e si modella su quello di Dio: amore gratuito, totale, immutabile, definitivo. Il luogo per comprendere l’agape non è l’esperienza umana ma l’alleanza di Dio.
Il fatto che Gesù ama i suoi discepoli fino alla fine significa che il suo amore raggiunge il massimo grado; Gesù ama oltre ogni misura. E questo nell’ora suprema, quando gli uomini sono istintivamente preoccupati più di sé che degli altri. Vi è la presenza di un duplice contrasto: da un lato il tradimento di Giuda e la fedeltà di Gesù, dall’altro la consapevolezza di Gesù di essere Kurios e il suo servizio umile. Per questo molti vedono nel gesto della lavanda una simbologia di tutta la vita di Gesù espressa dall’incarnazione: la katàbasis, l’abbassamento, nel senso di Fil 2,5-8. La lavanda dei piedi diventa il segno rivelatore del paradosso dell’incarnazione. Il gesto della lavanda non offusca la gloria di Gesù ma la rivela, come avverrà sulla croce.
L’intervento di Pietro (vv. 6.8.9) denota incomprensione; non è la semplice reazione di chi cerca di sottrarsi ad un gesto di umiltà del Maestro: è l’incomprensione della via messianica (cfr. Mt 16,22; Mc 8,32). Gesù spiega che il gesto verrà compreso in futuro, dopo la sua morte-risurrezione. Si tratta, dunque, di un significato messianico che si apre solo nella fede. Giovanni è certamente nella prospettiva escatologica, anche se per lui la realtà escatologica è già qui.
Gesù ha voluto fare un esempio di umiltà e di amore ai suoi discepoli (vv. 13-14.16-17). Ma Gesù ricorda anche la sua qualità di Maestro e Signore (v. 13). Tutto questo non può essere solo un avvertimento morale, ma una rivelazione. Con il suo gesto Gesù rende visibile la logica di amore, di dono, di servizio che ha guidato tutta la sua esistenza, che esprime la sua dignità e filiazione: è servendo e donandosi che il Cristo si rende disponibile nelle mani del Padre, divenendone l’immagine e la trasparenza. Dio è amore! Oltre che una rivelazione messianica, il gesto di Gesù è una lezione per i discepoli. La comunità cristiana è invitata a intraprendere la strada del servizio, della diaconia. L’autorità della chiesa si rivela, come quella del Cristo, nel servizio.
Ritornando a quanto dicevo all’inizio, il gesto della lavanda manifesta un’esistenza di donazione, un amore ostinato, una condivisione che si fa vita. Per questo continua ad inquietarmi.
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