Sermone per la 1^ domenica di Avvento: Il discorso apocalittico di Gesù
L’evangelista Luca ha un certo
interesse per il tema della salvezza; infatti il vocabolo greco soterìa compare 4 volte nel suo evangelo
mentre una volta sola in Giovanni e mai in Marco e Matteo. Il titolo soter riferito a Dio o a Gesù si trova soltanto
il Luca (2 volte) e in Giovanni (una volta). Anche il verbo sozein è proprio di Luca. Se questa è
una posizione originale di Luca nell’ambito della tradizione sinottica, essa
non è una novità nel quadro della tradizione biblica, la quale si sviluppa
proprio intorno al tema della salvezza. Anche la tradizione cristiana primitiva
ha trovato in Paolo il teorico della salvezza, dono di Dio agli uomini per
mezzo della morte e risurrezione di Cristo. Il kerygma è appunto Cristo morto e
risorto per i nostri peccati ci ha salvati dalla morte eterna. Il problema
della salvezza, variamente formulato, è al centro delle istanze religiose,
politiche e sociali dei popoli. Si chiami vittoria sulla morte o lotta per il
superamento delle condizioni di fame o di dipendenza economico-sociale o
culturale, impegno per realizzare l’eguaglianza e la giustizia o ricerca della
salute, alla base vi è sempre il problema umano di sfuggire ad una minaccia e
di garantire la vita piena, sicura e libera per tutti. Sorge spontanea una
domanda: la proposta salvifica dell’evangelo, ossia la salvezza dell’uomo per
mezzo di Gesù Cristo, che cosa ha da dire a tutte queste attese di salvezza che
da sempre fermentano la storia umana? Qual è la rilevanza specifica della
salvezza evangelica secondo Luca? Un aspetto comune nell’ambito della cultura
occidentale moderna è che la soluzione dei problemi umani e delle
contraddizioni storiche non è attesa dal di fuori, come dono di qualcuno, ma è
attribuita allo sforzo e alla lotta degli uomini. Qui sta la discriminante tra la salvezza
prospettata dalla tradizione biblica e la salvezza che l’umanità rincorre.
Ora, il discorso apocalittico che
Luca fa dire a Gesù è definito dagli esegeti “piccola apocalisse”. La parola
apocalisse deriva dal greco e significa “rivelazione”. Nella Bibbia ci sono
diverse sezioni apocalittiche, specie nei profeti, ma è nel libro di Daniele che
possiamo rinvenire l’inizio del genere apocalittico nella letteratura biblica.
L’apocalittica è un tipo di letteratura che si sviluppò nel giudaismo verso il
III sec.d.C. fino al II-III sec. d.C.; venne così a coincidere con il periodo
in cui si formarono i testi del NT.
Il genere apocalittico non
influenzò solo il giudaismo ma anche molti ambienti cristiani, per poi tornare
in voga intorno all’anno mille. Ma se esaminiamo l’uso di tale vocabolo
all’interno del NT vedremo che è ben lungi dall’essere foriero di sventura.
Paolo, ad esempio, afferma che il suo messaggio non è derivato da intuito umano
bensì da una rivelazione (Gal 1,12); egli si recò a Gerusalemme in seguito ad
una rivelazione (Gal 2,2). In realtà, nel genere letterario apocalittico si ha a
che fare con una rivelazione mediata da esseri soprannaturali, in genere
angeli. Si tratta di una finestra aperta in un mondo che va oltre ciò che è
fisico; si svela una realtà soprannaturale, parallela al nostro mondo. La
rivelazione è, appunto, svelare questo mondo parallelo le cui vicende
influiscono sul nostro, o, meglio, le cui vicende del nostro mondo determinano
le scelte operate nell’altro. Punto focale di tale svelamento è l’enfasi sulla
fine di questo mondo, giudicato troppo cattivo per essere riformato.
L’apocalittica, così, si salda con l’escatologia. Punto di partenza è sempre
l’attualità storica, l’oggi che viene giudicato in una prospettiva che va oltre
il presente storico. L’attualità, dunque, fornisce l’occasione all’apocalittica
per formulare il suo giudizio sul presente, visto, però, in prospettiva futura.
Così l’assedio e la distruzione di Gerusalemme diviene simbolo del giudizio
escatologico di Dio sul mondo. La realtà attuale non è la vera realtà:
l’apocalittica si propone di svelare il vero significato degli avvenimenti
umani. La realtà vera è ciò che non si può cogliere con i normali sensi;
occorre uno svelamento, un’apocalisse appunto, da parte di Dio. Simboli, segni
, linguaggio criptico, tutto è combinato insieme per fornire una risposta alle
interpellanze poste dagli avvenimenti che accadono; una eco simile è
ravvisabile nelle parole della 2Pt 3,4: “e diranno: Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si
sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione”.
Lungi dall’essere puro catastrofismo, l’apocalittica vuol essere un messaggio
di speranza per il popolo fedele. La testimonianza di fede si fa drammatica e
solo chi persevera può sperare di salvarsi;questo è il messaggio di speranza
dell’apocalittica: i giusti si salveranno e i reprobi periranno, finalmente la
giustizia vera trionferà, il bene vincerà il male.
Ma tutto questo come ci riporta
alle domande iniziali, ossia cosa significa per noi oggi che la salvezza viene
per mezzo di Gesù Cristo? Nella tradizione biblica salvezza deriva dalla radice verbale jashà ossia “uscire al largo” al sicuro da uno stato di
oppressione, di minaccia: così è salvezza la vittoria in guerra, lo scampare da
un assedio, la guarigione da una malattia, il superare un processo. In queste
situazioni il Signore si mostra salvatore. La tradizione giudaica accentua due
aspetti di questo patrimonio biblico: l’attesa della salvezza con tinte
apocalittiche (tipica la comunità di Qumram) e la salvezza vista in toni
politici-nazionalisti dell’attesa messianica.
Nell’evangelo noi troviamo questi due aspetti spesso fusi insieme. Già
Luca anticipa questo filone messianico-apocalittico nel vangelo dell’infanzia
di Gesù, e in specie nel cantico di Zaccaria. Inoltre, sintetizza questa attesa
nel cap. 4 dove Gesù presenta se stesso come colui che opera la liberazione
degli oppressi. La salvezza nel progetto di Gesù è dunque la liberazione
dell’uomo oppresso dal male fisico, dalla paura o fatalità della morte e dalla
potenza pseudo-divina che lo rende schiavo, dal peccato che sta alla radice
dell’esclusione e della solitudine. Ma la salvezza spirituale dell’uomo non
esclude la sua salvezza la concretezza storica. Il realismo della speranza
biblica da una parte e la situazione della Palestina occupata dai romani
dall’altra, hanno dovuto provocare una presa di posizione da parte di Gesù.
L’ingresso di Gesù in Gerusalemme, con lo stile degli antichi re e liberatori,
il saluto entusiastico delle folle, hanno un contenuto politico. Gesù ha,
dunque, proposto una salvezza anche con una dimensione pubblica e politica
senza aderire, però, a nessun movimento politico. Il progetto storico di una
comunità nuova, fondata sui Dodici, siglata dalla sua morte violenta è la
risposta di Gesù alle attese messianiche del suo popolo e l’attuazione delle
promesse profetiche sulla salvezza dei giusti. Luca è cosciente che il progetto
salvifico di Gesù non termina con la sua morte, ma interessa la storia della
comunità che lo annuncia e lo testimonia dopo la sua risurrezione. In Luca vi è
spazio per la salvezza nella storia. La salvezza annunciata e data da Gesù non
è un prodotto spontaneo della storia umana; neppure è qualcosa che stia ai
margini della storia umana. Essa è al centro della storia umana. Per Luca la
salvezza parte da Gesù, si matura nella storia dell’umanità e la comunità dei
discepoli ne diviene testimone e garante storico e visibile di questa nuova
speranza per l’umanità. In questo è la differenza tra la speranza
del’apocalittica e la speranza cristiana.
Nessun commento:
Posta un commento