venerdì 30 novembre 2012

Il discorso apocalittico di Gesù


Sermone per la 1^ domenica di Avvento: Il discorso apocalittico di Gesù
L’evangelista Luca ha un certo interesse per il tema della salvezza; infatti il vocabolo greco soterìa compare 4 volte nel suo evangelo mentre una volta sola in Giovanni e mai in Marco e Matteo. Il titolo soter riferito a Dio o a Gesù si trova soltanto il Luca (2 volte) e in Giovanni (una volta). Anche il verbo sozein è proprio di Luca. Se questa è una posizione originale di Luca nell’ambito della tradizione sinottica, essa non è una novità nel quadro della tradizione biblica, la quale si sviluppa proprio intorno al tema della salvezza. Anche la tradizione cristiana primitiva ha trovato in Paolo il teorico della salvezza, dono di Dio agli uomini per mezzo della morte e risurrezione di Cristo. Il kerygma è appunto Cristo morto e risorto per i nostri peccati ci ha salvati dalla morte eterna. Il problema della salvezza, variamente formulato, è al centro delle istanze religiose, politiche e sociali dei popoli. Si chiami vittoria sulla morte o lotta per il superamento delle condizioni di fame o di dipendenza economico-sociale o culturale, impegno per realizzare l’eguaglianza e la giustizia o ricerca della salute, alla base vi è sempre il problema umano di sfuggire ad una minaccia e di garantire la vita piena, sicura e libera per tutti. Sorge spontanea una domanda: la proposta salvifica dell’evangelo, ossia la salvezza dell’uomo per mezzo di Gesù Cristo, che cosa ha da dire a tutte queste attese di salvezza che da sempre fermentano la storia umana? Qual è la rilevanza specifica della salvezza evangelica secondo Luca? Un aspetto comune nell’ambito della cultura occidentale moderna è che la soluzione dei problemi umani e delle contraddizioni storiche non è attesa dal di fuori, come dono di qualcuno, ma è attribuita allo sforzo e alla lotta degli uomini.  Qui sta la discriminante tra la salvezza prospettata dalla tradizione biblica e la salvezza che l’umanità rincorre.
Ora, il discorso apocalittico che Luca fa dire a Gesù è definito dagli esegeti “piccola apocalisse”. La parola apocalisse deriva dal greco e significa “rivelazione”. Nella Bibbia ci sono diverse sezioni apocalittiche, specie nei profeti, ma è nel libro di Daniele che possiamo rinvenire l’inizio del genere apocalittico nella letteratura biblica. L’apocalittica è un tipo di letteratura che si sviluppò nel giudaismo verso il III sec.d.C. fino al II-III sec. d.C.; venne così a coincidere con il periodo in cui si formarono i testi del NT.
Il genere apocalittico non influenzò solo il giudaismo ma anche molti ambienti cristiani, per poi tornare in voga intorno all’anno mille. Ma se esaminiamo l’uso di tale vocabolo all’interno del NT vedremo che è ben lungi dall’essere foriero di sventura. Paolo, ad esempio, afferma che il suo messaggio non è derivato da intuito umano bensì da una rivelazione (Gal 1,12); egli si recò a Gerusalemme in seguito ad una rivelazione (Gal 2,2). In realtà, nel genere letterario apocalittico si ha a che fare con una rivelazione mediata da esseri soprannaturali, in genere angeli. Si tratta di una finestra aperta in un mondo che va oltre ciò che è fisico; si svela una realtà soprannaturale, parallela al nostro mondo. La rivelazione è, appunto, svelare questo mondo parallelo le cui vicende influiscono sul nostro, o, meglio, le cui vicende del nostro mondo determinano le scelte operate nell’altro. Punto focale di tale svelamento è l’enfasi sulla fine di questo mondo, giudicato troppo cattivo per essere riformato. L’apocalittica, così, si salda con l’escatologia. Punto di partenza è sempre l’attualità storica, l’oggi che viene giudicato in una prospettiva che va oltre il presente storico. L’attualità, dunque, fornisce l’occasione all’apocalittica per formulare il suo giudizio sul presente, visto, però, in prospettiva futura. Così l’assedio e la distruzione di Gerusalemme diviene simbolo del giudizio escatologico di Dio sul mondo. La realtà attuale non è la vera realtà: l’apocalittica si propone di svelare il vero significato degli avvenimenti umani. La realtà vera è ciò che non si può cogliere con i normali sensi; occorre uno svelamento, un’apocalisse appunto, da parte di Dio. Simboli, segni , linguaggio criptico, tutto è combinato insieme per fornire una risposta alle interpellanze poste dagli avvenimenti che accadono; una eco simile è ravvisabile nelle parole della 2Pt 3,4: “e diranno: Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione”. Lungi dall’essere puro catastrofismo, l’apocalittica vuol essere un messaggio di speranza per il popolo fedele. La testimonianza di fede si fa drammatica e solo chi persevera può sperare di salvarsi;questo è il messaggio di speranza dell’apocalittica: i giusti si salveranno e i reprobi periranno, finalmente la giustizia vera trionferà, il bene vincerà il male.
Ma tutto questo come ci riporta alle domande iniziali, ossia cosa significa per noi oggi che la salvezza viene per mezzo di Gesù Cristo? Nella tradizione biblica salvezza deriva dalla radice verbale jashà ossia “uscire al largo” al sicuro da uno stato di oppressione, di minaccia: così è salvezza la vittoria in guerra, lo scampare da un assedio, la guarigione da una malattia, il superare un processo. In queste situazioni il Signore si mostra salvatore. La tradizione giudaica accentua due aspetti di questo patrimonio biblico: l’attesa della salvezza con tinte apocalittiche (tipica la comunità di Qumram) e la salvezza vista in toni politici-nazionalisti dell’attesa messianica.  Nell’evangelo noi troviamo questi due aspetti spesso fusi insieme. Già Luca anticipa questo filone messianico-apocalittico nel vangelo dell’infanzia di Gesù, e in specie nel cantico di Zaccaria. Inoltre, sintetizza questa attesa nel cap. 4 dove Gesù presenta se stesso come colui che opera la liberazione degli oppressi. La salvezza nel progetto di Gesù è dunque la liberazione dell’uomo oppresso dal male fisico, dalla paura o fatalità della morte e dalla potenza pseudo-divina che lo rende schiavo, dal peccato che sta alla radice dell’esclusione e della solitudine. Ma la salvezza spirituale dell’uomo non esclude la sua salvezza la concretezza storica. Il realismo della speranza biblica da una parte e la situazione della Palestina occupata dai romani dall’altra, hanno dovuto provocare una presa di posizione da parte di Gesù. L’ingresso di Gesù in Gerusalemme, con lo stile degli antichi re e liberatori, il saluto entusiastico delle folle, hanno un contenuto politico. Gesù ha, dunque, proposto una salvezza anche con una dimensione pubblica e politica senza aderire, però, a nessun movimento politico. Il progetto storico di una comunità nuova, fondata sui Dodici, siglata dalla sua morte violenta è la risposta di Gesù alle attese messianiche del suo popolo e l’attuazione delle promesse profetiche sulla salvezza dei giusti. Luca è cosciente che il progetto salvifico di Gesù non termina con la sua morte, ma interessa la storia della comunità che lo annuncia e lo testimonia dopo la sua risurrezione. In Luca vi è spazio per la salvezza nella storia. La salvezza annunciata e data da Gesù non è un prodotto spontaneo della storia umana; neppure è qualcosa che stia ai margini della storia umana. Essa è al centro della storia umana. Per Luca la salvezza parte da Gesù, si matura nella storia dell’umanità e la comunità dei discepoli ne diviene testimone e garante storico e visibile di questa nuova speranza per l’umanità. In questo è la differenza tra la speranza del’apocalittica e la speranza cristiana.

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