L’arcano del nome di Dio
Quando Mosè riceve l’incarico di liberare gli schiavi ebrei pone una domanda a Dio: qual è il suo nome. Abituato agli dei egiziani, i quali hanno tutti un nome, per Mosè è logico chiedere quali siano le credenziali del Dio liberatore. Narra il racconto biblico: “Mosè disse a Dio: Ecco, quando sarò andato dai figli di Israele e avrò detto loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi, se essi dicono: qual è il suo nome? che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. Poi disse: “Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi”. (Es 3,13-14). Non ha questo il sapore di un semplice rifiuto di riferire il nome di Dio? Come ne è proibita la raffigurazione, altrettanto lo sarebbe l’identificazione di lui che invia il suo messaggero con qualsiasi altro essere divino conosciuto. Egli è comparabile solo a se stesso. se tale interpretazione corrisponda al pensiero dell’autore lo si può scoprire unicamente ricorrendo ad una spiegazione filologica del testo primitivo.
Con Io-sono (che Lutero tradurrà con Io sarò) si traduce il termine ebraico ‘ähjäh. Vi è una parentela di suono tra questa parola ed ilo nome jahwäh, solitamente tradotto con Javhè. La fonetica spiega perché la seconda sillaba inizia con w anziché con j: la legge della dissimilazione proibisce la brutta ripetizione del medesimo suono; la presillaba jä nel nome avrebbe comportato una duplice j. La morfologia ricerca il senso dell’altra presillaba. Ja traspone la prima persona ‘ähjäh alla terza; l’autoaffermazione “io sono” diviene la confessione “egli è”. Ma si tratta di una spiegazione discussa. La vocalizzazione della presillaba ja assicurata da antiche trascrizioni greche può accennare ad un significato causativo della forma verbale (“egli fa, produce essere”) o anche servire quale elemento formale della forma nominale (“essere, natura”). Questa incertezza rafforza la supposizione che il nome Jahvè sia molto più antico della spiegazione datane in Es 3,14. Lo conferma la glottologia comparativa. Testimonianze preisraelitiche del nome di Jahvè si possono verosimilmente cogliere in due testi egiziani che, attorno al 1400 a.C., nominano un “paese dei beduini-Jahwe” (il suono egiziano differisce di poco); i testi indicano il medesimo ambiente, a sud della Palestina, cui fa riferimento Es 3. Il nome tipico è presentato quale forma abbreviata di un antico nome cananeo di ringraziamento (“Dio si manifesta continuamente come aiuto). Così il nome è certamente più antico della spiegazione di Es 3,14.
Alla sua comprensione contribuisce la semantica (scienza del significato delle parole). La radice verbale ebraica hajah, che in ‘ähjäh sta alla base della frase esplicativa ed in jahwäh molto verosimilmente anche del nome, indica qualcosa di più dinamico del nostro verbo ausiliare “essere” col quale viene solitamente tradotta; essa indica piuttosto un essere operante, un dimostrarsi. Allora, però, la frase esplicativa non può assolutamente essere presa come puro rifiuto del nome. la cosa appare ancora più evidente se si ricorre anche alla sintassi, la cui importanza per la spiegazione dei testi biblici non è ancora sufficientemente valutabile. La traduzione solita “Io sono colui che sono” è problematica non solo per il significato della parola, ma pure considerando la prima persona della frase relativa. Essa è sostenibile unicamente nelle frasi in cui il pronome relativo ha il suo ruolo di oggetto, come Es 33,19: “Farò grazia a chi vorrò fare grazia” (cfr Ez 12,25). La cosa è diversa allorché la frase relativa spiega il soggetto precedente, ad esempio in Es 20,2 ove il testo dice letteralmente: “Io sono Jahvè, Dio tuo, che ti ho liberato dall’Egitto”; in italiano diciamo meglio: “Io sono Jahvè che ti… ha liberato” (altrettanto in Lv 20,24: “Io sono Jahvè che vi ha separato dai popoli”); in ebraico “che vi ho…”. Riassumendo le osservazioni semantiche e sintattiche traduciano in modo migliore “Io mi dimostro come colui che si dimostra”, oppure “Io sono (operante, come) colui che si mette all’opera”. In tal modo la frase indica non soltanto l’incomparabilità di Jahvè, ma parimenti la sua autointerpretazione nel suo agire storico. L’esempio dovrebbe mostrare l’indispensabilità della ricerca filologica per la scienza biblica.
Ciao Antonio,
RispondiEliminae grazie. Hai aggiunto un po' di conoscenza alla mia curiosità! A proposito...spesso ho riscontrato che ci sono anche delle diversità tra lo scrivere Yhwh oppure Jhwh..e sicuramente ci sarà una differenza significativa tra la scelta di Y o J !? Anche se probabilmente dietro ci saranno secoli di traslitterazioni o preferenze culturali, per così dire!? Vabbè, magari è solo una sottigliezza.. Ancora tante grazie comunque.
Lia Di Battista