giovedì 2 gennaio 2014
riflessione per il nuovo anno 2
È
arrivato il momento della verità. L’Italia è alla presa con una crisi vasta e
devastante. La situazione è troppo grave per non essere presa sul serio. Le
famiglie sono allo stremo. I giovani guardano al futuro con crescente
preoccupazione, l’inflazione, mai così alta negli ultimi anni, erode stipendi e
potere d’acquisto di chi fa fatica a mettere anche il cibo sulla tavola. Chi è
chiamato a guidare il Paese si trova davanti ad un bivio. C’è un disperato
bisogno di una svolta. Occorre un lavoro per i giovani, perché non si sentano
precari cronici; la riforma fiscale per la famiglia; la cittadinanza ai
lavoratori stranieri e alle loro famiglie. Ma è da chiedersi se davvero si vuole
attuare questa svolta. Pare che si continua piuttosto come si ha affrontato la
crisi in questi anni. Eloquente è la descrizione del modo in cui si procede che
fa Matt King del Citigroup: “L’atteggiamento dei mercati della zona euro è cose
se avessi tradito mia moglie e poi sono tornato a lei con un mazzo di fiori,
assicurando che l’amavo davvero, e poi ho sbagliato di nuovo e sono tornato con
un mazzo più grande, e poi più volte ancora con dei mazzi di fiori ogni volta
più abbondanti; il problema è che arriva un momento in cui il mazzo di fiori
non è più sufficiente per ripristinare la fiducia… almeno con mia moglie”. Con
gli strumenti di sempre si tenta di tamponare la situazione. E in tutto questo
si guarda più alle banche, più causa che liberatori di questa “guerra
economica”, che alle persone reali. La salvezza delle banche non deve essere
necessariamente la salvezza della società. L’evangelo ci chiama ad un impegno
per una vita dignitosa per tutte le persone, e questo impegno chiede adesso
delle scelte coraggiose. Soprattutto in tre campi: quello dell’economia,
dell’immigrazione e dell’ecologia. Un’economia giusta, cioè equo-solidale,
un’accoglienza dell’immigrato nel rispetto delle persone, un modo di vivere che
non abusa più della terra. In tutti questi tre campi invece regna il fantasma
della paura. Paura degli immigrati, paura del crimine, paura di uno Stato
invadente, paura di una catastrofe ecologica. La paura non è un buon
cosigliere, ci tiene in gabbia, fa si che vediamo le catene che ci tengono
fermi come ancore di salvezza. L’evangelo, l’annuncio della libertà, è un
messaggio attuale come mai. In Cristo è possibile vivere come queste strutture
non avessero più potere su di noi. Siamo chiamati a vivere come esseri liberi,
non come esseri paurosi, che vogliono salvare l’esistente senza essere aperti
per il futuro.
riflessione per il nuovo anno
Nonostante i venti gelidi della
crisi che congelano non solo i sogni ma anche le speranze di vita delle
famiglie italiane; nonostante la totale immobilità della politica, preda
anch’essa di una crisi soprattutto di valori, idee, onestà; nonostante la
valanga di volgarità, furberie ed impunità che sta travolgendo le istituzioni;
ciononostante c’è ancora un’Italia sana, che non si arrende. Un’Italia buono
non buonista, che non si perde in parole, proclami e false promesse, ma si
rimbocca le maniche per salvare il Paese. A cominciare dalla difesa dei diritti
dei più deboli. È l’Italia solidale della società civile. A fronte
dell’inciviltà dei politici e delle caste, arroccate a difesa dei propri
privilegi, da non condividere con nessuno. È l’Italia delle famiglie, degli
uomini e delle donne di buona volontà che vogliono più giustizia, equità e
condivisione. È l’Italia degli onesti, non delle escort e dei faccendieri. Il
rispetto della legalità, in vista del bene comune, è nell’interesse di tutti.
Forse, mai come oggi, è necessario il risveglio delle coscienze. Prima che si
frantumino, assieme al Paese. E trasformare la crisi in opportunità. Con
profondi cambiamenti e stili di vita più sobri. In tutto: dalle parole ai
comportamenti. E poi, più partecipazione e meno deleghe. Soprattutto per chi
usa il consenso popolare per affari privati e gestisce la cosa pubblica come
bene personale. Se i nominati in Parlamento non muovono coda senza ordini
dall’alto ben vengano dal basso iniziative e proposte di legge. Il popolo è
sovrano. Ma sempre, non a corrente alternata o a convenienza. Sono campagne di
giustizia e solidarietà. Come “L’Italia sono anch’io” in favore della
cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia. Oppure “Vogliamo zero” dell’Unicef contro la mortalità infantile. O
la provocazione delle Famiglie numerose, che si sono incatenate a Roma per dire
“Basta!” ad una politica bugiarda per le tante promesse non mantenute. Mentre
la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi. Nel complice silenzio di
chi li copre, perché nulla cambi nei privilegi delle caste. Ma ora c’è bisogno
di più etica pubblica e privata. E di nuovi protagonisti in politica. Gente
onesta e preparata delle più diverse ispirazioni in Italia ce n’è. Andrebbero
individuati al più presto, attraverso un movimento di partecipazione, che nasca
il più possibile dal basso e punti su esperienza, competenza e serietà. Non è
più tempo di stare a guardare o di tenersi lontano dalla politica, col pretesto
di non sporcarsi le mani. Si sporca chi cede al compromesso, non chi si mette
al servizio degli altri.
lunedì 30 dicembre 2013
Pluralismo sociale
La società oggi ha un’articolazione complessa e un’impronta
pluralistica che inducono necessariamente l’esigenza di una vita civile
dignitosa ma ciò presuppone il confronto e la scelta di modalità di convivenza
che richiedono di mettersi d’accordo, di collaborare. La frammentazione rende,
inoltre, liquida e incerta la società stessa e riduce, di conseguenza, l’area
dei valori comuni e la predisposizione a vi è il rischio che la convivenza
diventi impraticabile. Non si può, infatti, far parte di una società e insieme
essere separati dagli altri: ci vuole uno scopo comune ed uno scopo minimo
condiviso. La frammentazione favorisce il pluralismo morale che genera
molteplicità e diversità dei valori individuali e sociali: ciò indica che la componente
fondamentale del bene comune è quella morale. Se non vi è una base comune
morale e non vi sono alcuni valori fondamentali condivisi, non vi è società.
Infatti, senza la condivisione di valori, che qui si intendono come quella
concezione desiderabile, individuale e collettiva, che influenza l’agire degli
individui, selezionando i modi, i mezzi ed i fini, la società tende a
sciogliersi in un grande mercato basato sulla produzione, lo scambio, il
consumo. Il punto fondamentale è l’acquisizione di una dote personale di valori
da confrontare con gli altri nel momento in cui l’individuo comincia ad
interagire con loro quando inizia a far parte di una qualsiasi componente
sociale, quando non è più da solo e per agire deve mettersi d’accordo con gli
altri. Questa dote è il risultato di un processo intergenerazionale che ha
trovato
storicamente nella famiglia il luogo
tradizionale di proposta, assunzione e condivisione di valori comuni. Volendo
perseguire il bene comune gli individui devono inevitabilmente condividere i
loro valori per associarli allo scopo comune. La prima resistenza a questa
condivisione è proprio la conseguenza della fatica e della pazienza con le
quali ciascuno ha elaborato e fatta propria la scala dei suoi valori. La
seconda resistenza si incontra nel momento in cui le proprie convinzioni sono
minoritarie rispetto a quelle degli altri. La resistenza più forte si
manifesta, infine, con la messa in discussione dei cosiddetti valori non
negoziabili, ossia quei valori morali di indirizzo e disciplina della
convivenza che sono considerati assoluti. Questa resistenza è più forte poiché
la sua non negoziabilità impone il rifiuto delle ragioni dell’altro. Come
trovare valori condivisibili, allora? Innanzitutto va condivisa l’originalità di
ciascun essere umano, la sua autenticità e irripetibilità. Quindi il rispetto
degli altri che è la base dei rapporti umani e serve ad accettare e valorizzare
le differenze di genere, razza, età, religione e visione della vita. Va
condivisa la possibilità di cambiare in meglio la società senza pregiudizi e
con molta convinzione. La fiducia come impulso vitale verso l’esistenza e la
libertà di scegliere e di far scegliere. Infine l’amore come capacità di
donarsi all’altro, considerato come nostro simile. Da questi valori
condivisibili sarà possibile e meno difficile la ricerca e la costruzione del
bene comune.
martedì 24 dicembre 2013
Teologia sacramentale dei Padri Riformatori
La teologia sacramentale rappresentava, agli occhi dei Riformatori, quel che di male c’era nella teologia medievale. Riconoscevano il bisogno di giungere a una versione più antica e più semplice della teologia cristiana. Per loro la teologia sacramentale si presentava come una pianta che necessitava di una potatura radicale. Venne lanciato, così, un attacco contro la concezione medievale del numero, della natura e della funzione dei sacramenti, riducendoli da sette a due: il battesimo e l’eucaristia.
Per ciò che concerneva la teologia dell’eucaristia, si aprì un grave contrasto tra Lutero e Zwingli, i leaders delle due ali della Riforma classica, i quali non riuscirono a trovare un’intesa sul significato della presenza di Cristo nell’eucaristia.
Secondo la teoria classica della transustanziazione, il pane e il vino della messa, dopo la consacrazione, pur mantenendo la loro apparenza esterna, sono trasformati rispettivamente nella ‘sostanza’ del corpo e del sangue di Cristo. Ma i Riformatori non erano dello stesso pensiero, in quanto la messa sarebbe divenuta una sorta di ‘ripetizione’ continua del sacrificio di Cristo.
La Riforma, invece, dava risalto al tema dell’adattamento divino alla debolezza umana, un’idea che si rifà a Calvino, il quale faceva questo ragionamento: tutti i buoni oratori conoscono i limiti intellettuali del loro uditorio e adattano il loro modo di esprimersi e modificano il proprio linguaggio, per venire incontro alle necessità del loro uditorio evitando parole e concetti difficili, e sostituendoli con locuzioni più adeguate. Ebbene, Dio fa lo stesso: si adatta alle nostre limitazioni, scende al nostro livello usando un linguaggio di immagini vigorose che gli permettono di rivelarsi a una grande varietà di persone.
Il fatto che Dio usi dei mezzi molto umili per rivelarsi, non implica alcuna debolezza o carenza da parte sua; piuttosto, la necessità di adottare mezzi espressivi, rispecchia la nostra debolezza e le nostre limitazioni, che Dio riconosce e di cui tiene conto. Egli usa svariati modi per creare e sostenere la fede: parole, concetti, analogie, modelli, segni e simboli. Il pane e il vino, vanno intesi come un elemento importante in questo arsenale di risorse. Dio ha così aggiunto alla sua Parola dei segni visibili e tangibili del suo favore e della sua misericordia. Insomma, una sorta di adattamento alle nostre limitazioni, al bisogno di avere dei segni. Il pane e il vino sono, per l’appunto, dei segni sacramentali che accrescono la nostra fede in Dio, ci rassicurano sulla realtà della divina promessa di perdono rendendoci più facile accettarla.
Lutero spiegò il pane e il vino della Santa Cena, usando l’idea di ‘testamento’, inteso come ‘atto di ultime volontà’. Ne trattò in modo esauriente nel suo scritto “La cattività babilonese della chiesa” (1520) in Scritti politici cit., pp.253-4:
“Si chiama testamento la promessa di chi sta per morire, promessa con cui definisce la sua eredità ed istituisce gli eredi. Il testamento comporta pertanto innanzitutto la morte del testatore, e in secondo luogo la promessa di un’eredità e la designazione degli eredi […]. Ciò noi vediamo chiaramente anche nelle parole di Cristo. Egli testimonia della sua morte quando dice: ‘Questo è il mio corpo che sarà dato, questo il mio sangue che sarà versato’; nomina e precisa l’eredità quando dice: ‘in remissione dei peccati’; istituisce poi gli eredi dicendo: ‘per voi e per molti’, cioè per quelli che accettano e credono nella promessa del testatore”.
Lutero scagliò un forte attacco contro la concezione cattolica dei sacramenti, ma Enrico VIII, re d’Inghilterra, ricevuto dal papa il titolo di Fidei Defensor (difensore della fede), riaffermò l’esistenza di sette sacramenti.
Nel corso dell’XI secolo, capitò che, alcuni laici poco attenti al modo in cui ricevevano il vino, versarono sul pavimento delle chiese, quello che la teologia della transustanziazione considerava il vero e proprio sangue di Cristo. Onde evitare un incidente così forte, nel corso del XIII secolo, i laici vennero esclusi dal ricevere il vino. Per Lutero, il rifiuto di offrire il calice ai laici era un peccato. Così, l’offerta del calice divenne un segno distintivo dell’adesione alla comunità della Riforma. Ma la dottrina della transustanziazione per Lutero era un’assurdità. Per lui, ciò che si deve credere è che Cristo è realmente presente nell’eucaristia.
La teoria della transustanziazione sostiene che il pane e il vino (ossia il loro aspetto esteriore) rimangono invariati, mentre cambia la ‘sostanza’ invisibile: cessa di essere quella del pane e del vino per diventare quella del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Lutero rifiutò come assurda questa pseudo-filosofia e chiese che l’uso di tali idee aristoteliche venisse abbandonato. Non c’era posto per tali idee nella teologia cristiana! Lutero non contestava la ‘presenza reale’, ma soltanto quel determinato modo di spiegare tale presenza. Affermava che, se si fosse potuto dimostrare che tale idea era anti-biblica, sarebbe stato il primo ad abbandonarla. Perchè secondo lui, Matteo 26:26 “Questo è il mio corpo”, era perfettamente chiaro nel suo senso letterale e non ammetteva alcun’altra spiegazione.
Andrea Carlostadio, che era stato suo collega ed amico, aveva un’opinione diversa: secondo lui, nel dire quelle parole, Cristo indicava se stesso. Non fu difficile per Lutero liquidare tale idea come un’errata interpretazione del testo. Ma gli fu molto più difficile confutare l’affermazione di Zwingli secondo cui la parola “è” era una semplice figura retorica per dire “significa”, o “rappresenta”, e non andava quindi intesa letteralmente. La si doveva accostare ai casi in cui Gesù disse: “Io sono la porta”, o “Io sono la via”, come vedremo anche più avanti.
Zwingli era cappellano delle milizie della Confederazione svizzera. Ispirandosi all’uso militare del giuramento, Zwingli spiegò che il “sacramento” è sostanzialmente una dichiarazione di fedeltà che un individuo fa a una comunità. Come il soldato giura fedeltà al suo esercito, così il cristiano giura fedeltà ai suoi correligionari cristiani. Per Zwingli il sacramento è il mezzo con cui una persona dimostra alla chiesa di voler essere, o di essere ormai, un soldato di Cristo.
Mentre la predicazione della Parola di Dio è l’elemento fondamentale, i sacramenti sono come il sigillo su una lettera: si limitano a confermarne il contenuto.
Il cristiano commemora l’evento storico che diede origine alla chiesa cristiana (ossia la morte di Gesù Cristo) come segno del suo impegno verso la chiesa. L’eucaristia è dunque un memoriale dell’evento storico che ha determinato il sorgere della chiesa cristiana e una pubblica dimostrazione della fedeltà del credente alla chiesa e ai suoi membri.
Zwingli spiegò l’espressione di Gesù: “Questo è il mio corpo” (Matteo 26:26), dicendo che queste parole furono pronunciate da Cristo per indicare in che modo voleva essere ricordato dalla sua chiesa. E’ come se Cristo avesse detto: “Vi affido un simbolo di questa mia rinuncia che è il mio testamento, per ravvivare in voi il ricordo di me, di modo che, quando vedrete questo pane e questo calice offerti pubblicamente in questa cena commemorativa, vi ricorderete di come sono stato dato per voi, come se allora mi vedeste davanti a voi come mi vedete ora, mentre mangio con voi”.
Per Zwingli, l’eucaristia era “un memoriale delle sofferenze di Cristo, non un sacrificio”, e le parole: “Questo è il mio corpo”, non si possono prendere alla lettera, eliminando così il concetto di una ‘presenza reale di Cristo’, teologia sostenuta invece da Lutero.
Come un uomo che parte per un lungo viaggio lontano da casa può dare a sua moglie il proprio anello perché essa lo ricordi fino al suo ritorno, così Cristo lascia alla sua chiesa un segno affinché essa lo ricordi fino al giorno in cui egli ritornerà in gloria. Questo era per Zwingli il significato che assumevano il pane e il vino usati da Gesù nell’ultima Cena.
Vediamo di seguito, quali sviluppi portarono Zwingli a questa conclusione, in antitesi col pensiero di Lutero.
Nel 1509, una piccola Biblioteca dei Paesi Bassi, richiese un inventario. Il lavoro fu affidato a un certo Cornelius Hoen, il quale scoprì che la Biblioteca conteneva un’importante collezione degli scritti dell’umanista Wessel Gansfort (1420-89). Gansfort, pur non negando la dottrina della transustanziazione, sviluppava l’idea di una comunione spirituale tra Cristo e il credente.
Hoen, attirato da quest’idea, la rielaborò come critica radicale alla dottrina della transustanziazione, e la redasse sotto forma di lettera.
In questa lettera Hoen sostiene che la parola est non dev’essere interpretata letteralmente, come se significasse “è”, o “è identico a”, bensì come significat, “significa”, “indica”. Per esempio, quando Cristo dice: “Io sono il pane della vita” (Gv 6:48) evidentemente non s’identifica con una pagnotta, e neppure con il pane in generale. Qui la parola “è” va intesa in senso metaforico, non letterale. I profeti dell’AT hanno certamente detto che Cristo sarebbe “divenuto carne (incarnatus)”, ma ciò doveva avvenire una volta, e una volta sola. “In nessun momento i profeti annunziarono, o gli apostoli predicarono, che Cristo sarebbe, per così dire, ‘divenuto pane (impanatus)’ tutti i giorni mediante l’intervento di un qualsiasi prete che offrisse il sacrificio della messa”.
Hoen espresse l’idea che l’eucaristia sia come un anello che un giovane dà a una ragazza per rassicurarla sul proprio amore per lei. E’ un pegno d’amore: un’idea che si ritrova in tutti gli scritti di Zwingli su tale argomento. Gesù aggiunse alla promessa un pegno, nel caso vi fosse da parte loro una qualsiasi incertezza: come un giovane, nell’intento di rassicurare la sua donna, le dà un anello dicendo: “prendilo, sono io stesso che mi do a te”. E lei, nell’accettare l’anello, ha la certezza che lui le appartiene e distoglie il suo cuore da ogni altro pretendente e per compiacere il suo uomo si volge a lui e a lui soltanto.
L’altra idea sviluppata da Hoen è quella della commemorazione di Cristo in sua assenza. Hoen osserva che le parole: “questo è il mio corpo” sono immediatamente seguite dalle altre: “fate questo in memoria di me”, quindi suggerisce esplicitamente la commemorazione di una persona che è assente fisicamente.
Nell’estate del 1525 il dotto Ecolampadio, Riformatore di Basilea, pubblicò un libro in cui sosteneva che gli scrittori del periodo patristico non sapevano nulla della transustanziazione, né delle idee di Lutero sulla presenza reale, ma tendevano verso una posizione che veniva sempre più accostata al nome di Zwingli.
Zwingli sosteneva che la Scrittura usa diversi tipi di linguaggio, perciò la parola “è” significa talvolta: “è assolutamente identico a”, ma altre volte vuol dire: “rappresenta” o “significa”.
Nel suo trattato Sulla Cena del Signore (1526) egli scrisse: “In tutta la Bibbia troviamo delle figure retoriche, chiamate in greco tropos, ossia un parlare metaforico, che va inteso in un senso diverso. Per esempio in Giov.15 Cristo dice: “Io sono la vite”. Ciò significa che Cristo è come una pianta di vite nei confronti di noi che siamo sostenuti e cresciamo in lui come i tralci crescono dal ceppo […]. Allo stesso modo, in Giov.1, leggiamo: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. La prima parte del versetto è un tropo, poiché Gesù non è un agnello in senso letterale”.
Zwingli conclude dicendo che, ci sono “innumerevoli passi della Scrittura in cui “è” vuol dire “significa”. Il problema da affrontare è dunque di sapere se in quel contesto la parola “è” non può essere intesa in senso letterale. Deve essere compresa in senso figurativo o metaforico. Nelle parole: “questo è il mio corpo”, il termine “questo” indica il pane, e il termine “corpo” indica il corpo che è stato messo a morte per noi. Perciò la parola “è” non può venir presa in senso letterale, perché il pane non è il corpo”.
Ecolampadio sostenne che, “trattando di segni, sacramenti, immagini, parabole e interpretazioni, occorrerebbe intendere le parole in senso figurato e non in senso letterale”.
L’essenziale per Zwingli è il rapporto tra il segno e la cosa significata. Egli si serve di questa distinzione per sostenere che è inconcepibile che il pane potesse essere il corpo di Cristo.
“Il sacramento è il segno di qualcosa di santo. Quando dico: ‘Il sacramento del corpo del Signore’ mi riferisco semplicemente al pane che è simbolo del corpo di Cristo, che fu messo a morte a nostro favore[…]. Ma il vero corpo di Cristo è quello che è seduto alla destra di Dio, e il sacramento del suo corpo è il pane e il sacramento del suo sangue è il vino, cui partecipiamo con rendimento di grazie. Ma il segno e la cosa significata non possono essere identici. Perciò il sacramento del corpo di Cristo non può essere il corpo stesso”. (ZWINGLI, Eine klare Unterrichtung vom Nachtmal Christi (1526), in Z, vol.91 (Lipsia, Heinsius, 1927), pp.796-800)
Per Lutero, Cristo è presente nell’eucaristia. Chiunque riceve il pane e il vino riceve Cristo. Ma Zwingli faceva notare che le confessioni di fede (i credi) e la Scrittura dicono che Cristo è attualmente “seduto alla destra di Dio”. Ciò implica che Cristo non è presente corporalmente nell’eucaristia. Non può trovarsi in due luoghi nello stesso tempo. Lutero sostiene invece che “la destra di Dio” è un’espressione metaforica che non va presa alla lettera.
L’idea di nutrirsi di Cristo, è un’immagine tradizionalmente collegata alla dottrina della transustanziazione. Se il pane è il corpo di Cristo, si può ben dire che mangiandolo il credente si nutre di Cristo. Zwingli insiste nell’affermare che tale immagine biblica va intesa in senso figurato come allusione alla fiducia che si ha in Dio per mezzo di Cristo.
Nella sua ultima opera, la Expositio christianae del 1531, indirizzata a Francesco I, re di Francia, il concetto è chiarissimo: “Mangiare spiritualmente il corpo di Cristo significa aver fiducia, con il cuore e con la mente, nella misericordia e nella bontà di Dio, per mezzo di Cristo, ossia, avere la costante certezza di fede che Dio ci concederà il perdono dei peccati e la gioia della salvezza eterna per merito di suo figlio che ha dato se stesso per noi… Perciò, quando vi avvicinate alla Cena del Signore per nutrirvi spiritualmente di Cristo, voi ringraziate il Signore per questo suo grande favore, per la redenzione che vi libera dalla disperazione, e per il pegno che vi dà la certezza della salvezza eterna”.
Che cosa, dunque, caratterizza il pane della comunione? Che cosa lo rende diverso da un altro pane qualsiasi? Se non è il corpo di Cristo, che cos’è? Zwingli risponde con un’analogia. Pensate all’anello di una regina e vedetelo in due contesti diversi. Potete immaginare che l’anello sia posato su un tavolo, e non ha alcun significato particolare. Ma pensatelo in un altro contesto, ossia al dito della regina come un dono che le ha fatto il re. Esso acquista dei connotati personali che derivano dal suo rapporto con il sovrano, con l’autorità, potere e maestà. In questo caso il valore dell’anello trascende di gran lunga il prezzo dell’oro di cui è fatto. Tutto ciò deriva dal fatto di passare da un contesto a un altro: ma l’anello in sé non cambia per nulla.
Zwingli si serve con particolare efficacia di tale analogia nella sua Expositio Fidei: “L’anello con cui Vostra Maestà è stato fidanzato alla regina Vostra consorte non è da lei valutato solo in quanto oggetto d’oro. E’ d’oro, ma in pari tempo non ha prezzo perché è il simbolo del suo regale consorte. Per questo motivo ella lo considera il più importante di tutti i suoi anelli, e se le capitasse di dover elencare e valutare i suoi gioielli direbbe: ‘Questo è il mio re, ossia, questo è l’anello con cui il mio regale sposo si è fidanzato a me. E’ il segno di un’unione e di una fedeltà indissolubili’”.
L’anello acquista dunque significato e valore secondo il contesto: non sono inerenti, ma acquisiti. Così, dice Zwingli, accade con il pane della comunione. Il pane, come l’anello, in se stesso non si trasforma, ma il suo significato cambia enormemente. Tale significato, ossia ciò che viene associato all’oggetto, può variare senza che vi sia alcuna modificazione nella natura dell’oggetto stesso. Zwingli avanza l’idea che, nel caso del pane e del vino, si realizzi lo stesso processo. Nel consueto contesto giornaliero sono pane e vino ordinati e comuni, senza significato particolare. Ma, trasferiti in un contesto diverso, assumono nuovi e importanti significati. Quando sono messi al centro di una comunità riunita per il culto e quando vengono nuovamente narrate le vicende dell’ultima notte della vita di Cristo, essi diventano efficacissimi ricordi degli eventi che fondano la fede cristiana. Il nuovo contesto dà loro questo significato, ma in se stessi rimangono inalterati.
è vero che ambedue i Riformatori rifiutarono lo schema sacramentale medievale. Il Medioevo aveva identificato sette sacramenti, mentre essi insistevano sul fatto che due soli sacramenti, il battesimo e l’eucaristia (o santa Cena), sono riconosciuti nel Nuovo Testamento. Tuttavia, Lutero e Zwingli non poterono trovarsi d’accordo sul significato delle parole: “Hoc est corpus meum”, di Matteo 26:26, ritenute fondamentali nell’eucaristia. Per Lutero est vuol dire “è”; per Zwingli vuol dire “significa”. Due maniere molto diverse d’interpretare la Scrittura.
Per ciò che concerneva la teologia dell’eucaristia, si aprì un grave contrasto tra Lutero e Zwingli, i leaders delle due ali della Riforma classica, i quali non riuscirono a trovare un’intesa sul significato della presenza di Cristo nell’eucaristia.
Secondo la teoria classica della transustanziazione, il pane e il vino della messa, dopo la consacrazione, pur mantenendo la loro apparenza esterna, sono trasformati rispettivamente nella ‘sostanza’ del corpo e del sangue di Cristo. Ma i Riformatori non erano dello stesso pensiero, in quanto la messa sarebbe divenuta una sorta di ‘ripetizione’ continua del sacrificio di Cristo.
La Riforma, invece, dava risalto al tema dell’adattamento divino alla debolezza umana, un’idea che si rifà a Calvino, il quale faceva questo ragionamento: tutti i buoni oratori conoscono i limiti intellettuali del loro uditorio e adattano il loro modo di esprimersi e modificano il proprio linguaggio, per venire incontro alle necessità del loro uditorio evitando parole e concetti difficili, e sostituendoli con locuzioni più adeguate. Ebbene, Dio fa lo stesso: si adatta alle nostre limitazioni, scende al nostro livello usando un linguaggio di immagini vigorose che gli permettono di rivelarsi a una grande varietà di persone.
Il fatto che Dio usi dei mezzi molto umili per rivelarsi, non implica alcuna debolezza o carenza da parte sua; piuttosto, la necessità di adottare mezzi espressivi, rispecchia la nostra debolezza e le nostre limitazioni, che Dio riconosce e di cui tiene conto. Egli usa svariati modi per creare e sostenere la fede: parole, concetti, analogie, modelli, segni e simboli. Il pane e il vino, vanno intesi come un elemento importante in questo arsenale di risorse. Dio ha così aggiunto alla sua Parola dei segni visibili e tangibili del suo favore e della sua misericordia. Insomma, una sorta di adattamento alle nostre limitazioni, al bisogno di avere dei segni. Il pane e il vino sono, per l’appunto, dei segni sacramentali che accrescono la nostra fede in Dio, ci rassicurano sulla realtà della divina promessa di perdono rendendoci più facile accettarla.
Lutero spiegò il pane e il vino della Santa Cena, usando l’idea di ‘testamento’, inteso come ‘atto di ultime volontà’. Ne trattò in modo esauriente nel suo scritto “La cattività babilonese della chiesa” (1520) in Scritti politici cit., pp.253-4:
“Si chiama testamento la promessa di chi sta per morire, promessa con cui definisce la sua eredità ed istituisce gli eredi. Il testamento comporta pertanto innanzitutto la morte del testatore, e in secondo luogo la promessa di un’eredità e la designazione degli eredi […]. Ciò noi vediamo chiaramente anche nelle parole di Cristo. Egli testimonia della sua morte quando dice: ‘Questo è il mio corpo che sarà dato, questo il mio sangue che sarà versato’; nomina e precisa l’eredità quando dice: ‘in remissione dei peccati’; istituisce poi gli eredi dicendo: ‘per voi e per molti’, cioè per quelli che accettano e credono nella promessa del testatore”.
Lutero scagliò un forte attacco contro la concezione cattolica dei sacramenti, ma Enrico VIII, re d’Inghilterra, ricevuto dal papa il titolo di Fidei Defensor (difensore della fede), riaffermò l’esistenza di sette sacramenti.
Nel corso dell’XI secolo, capitò che, alcuni laici poco attenti al modo in cui ricevevano il vino, versarono sul pavimento delle chiese, quello che la teologia della transustanziazione considerava il vero e proprio sangue di Cristo. Onde evitare un incidente così forte, nel corso del XIII secolo, i laici vennero esclusi dal ricevere il vino. Per Lutero, il rifiuto di offrire il calice ai laici era un peccato. Così, l’offerta del calice divenne un segno distintivo dell’adesione alla comunità della Riforma. Ma la dottrina della transustanziazione per Lutero era un’assurdità. Per lui, ciò che si deve credere è che Cristo è realmente presente nell’eucaristia.
La teoria della transustanziazione sostiene che il pane e il vino (ossia il loro aspetto esteriore) rimangono invariati, mentre cambia la ‘sostanza’ invisibile: cessa di essere quella del pane e del vino per diventare quella del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Lutero rifiutò come assurda questa pseudo-filosofia e chiese che l’uso di tali idee aristoteliche venisse abbandonato. Non c’era posto per tali idee nella teologia cristiana! Lutero non contestava la ‘presenza reale’, ma soltanto quel determinato modo di spiegare tale presenza. Affermava che, se si fosse potuto dimostrare che tale idea era anti-biblica, sarebbe stato il primo ad abbandonarla. Perchè secondo lui, Matteo 26:26 “Questo è il mio corpo”, era perfettamente chiaro nel suo senso letterale e non ammetteva alcun’altra spiegazione.
Andrea Carlostadio, che era stato suo collega ed amico, aveva un’opinione diversa: secondo lui, nel dire quelle parole, Cristo indicava se stesso. Non fu difficile per Lutero liquidare tale idea come un’errata interpretazione del testo. Ma gli fu molto più difficile confutare l’affermazione di Zwingli secondo cui la parola “è” era una semplice figura retorica per dire “significa”, o “rappresenta”, e non andava quindi intesa letteralmente. La si doveva accostare ai casi in cui Gesù disse: “Io sono la porta”, o “Io sono la via”, come vedremo anche più avanti.
Zwingli era cappellano delle milizie della Confederazione svizzera. Ispirandosi all’uso militare del giuramento, Zwingli spiegò che il “sacramento” è sostanzialmente una dichiarazione di fedeltà che un individuo fa a una comunità. Come il soldato giura fedeltà al suo esercito, così il cristiano giura fedeltà ai suoi correligionari cristiani. Per Zwingli il sacramento è il mezzo con cui una persona dimostra alla chiesa di voler essere, o di essere ormai, un soldato di Cristo.
Mentre la predicazione della Parola di Dio è l’elemento fondamentale, i sacramenti sono come il sigillo su una lettera: si limitano a confermarne il contenuto.
Il cristiano commemora l’evento storico che diede origine alla chiesa cristiana (ossia la morte di Gesù Cristo) come segno del suo impegno verso la chiesa. L’eucaristia è dunque un memoriale dell’evento storico che ha determinato il sorgere della chiesa cristiana e una pubblica dimostrazione della fedeltà del credente alla chiesa e ai suoi membri.
Zwingli spiegò l’espressione di Gesù: “Questo è il mio corpo” (Matteo 26:26), dicendo che queste parole furono pronunciate da Cristo per indicare in che modo voleva essere ricordato dalla sua chiesa. E’ come se Cristo avesse detto: “Vi affido un simbolo di questa mia rinuncia che è il mio testamento, per ravvivare in voi il ricordo di me, di modo che, quando vedrete questo pane e questo calice offerti pubblicamente in questa cena commemorativa, vi ricorderete di come sono stato dato per voi, come se allora mi vedeste davanti a voi come mi vedete ora, mentre mangio con voi”.
Per Zwingli, l’eucaristia era “un memoriale delle sofferenze di Cristo, non un sacrificio”, e le parole: “Questo è il mio corpo”, non si possono prendere alla lettera, eliminando così il concetto di una ‘presenza reale di Cristo’, teologia sostenuta invece da Lutero.
Come un uomo che parte per un lungo viaggio lontano da casa può dare a sua moglie il proprio anello perché essa lo ricordi fino al suo ritorno, così Cristo lascia alla sua chiesa un segno affinché essa lo ricordi fino al giorno in cui egli ritornerà in gloria. Questo era per Zwingli il significato che assumevano il pane e il vino usati da Gesù nell’ultima Cena.
Vediamo di seguito, quali sviluppi portarono Zwingli a questa conclusione, in antitesi col pensiero di Lutero.
Nel 1509, una piccola Biblioteca dei Paesi Bassi, richiese un inventario. Il lavoro fu affidato a un certo Cornelius Hoen, il quale scoprì che la Biblioteca conteneva un’importante collezione degli scritti dell’umanista Wessel Gansfort (1420-89). Gansfort, pur non negando la dottrina della transustanziazione, sviluppava l’idea di una comunione spirituale tra Cristo e il credente.
Hoen, attirato da quest’idea, la rielaborò come critica radicale alla dottrina della transustanziazione, e la redasse sotto forma di lettera.
In questa lettera Hoen sostiene che la parola est non dev’essere interpretata letteralmente, come se significasse “è”, o “è identico a”, bensì come significat, “significa”, “indica”. Per esempio, quando Cristo dice: “Io sono il pane della vita” (Gv 6:48) evidentemente non s’identifica con una pagnotta, e neppure con il pane in generale. Qui la parola “è” va intesa in senso metaforico, non letterale. I profeti dell’AT hanno certamente detto che Cristo sarebbe “divenuto carne (incarnatus)”, ma ciò doveva avvenire una volta, e una volta sola. “In nessun momento i profeti annunziarono, o gli apostoli predicarono, che Cristo sarebbe, per così dire, ‘divenuto pane (impanatus)’ tutti i giorni mediante l’intervento di un qualsiasi prete che offrisse il sacrificio della messa”.
Hoen espresse l’idea che l’eucaristia sia come un anello che un giovane dà a una ragazza per rassicurarla sul proprio amore per lei. E’ un pegno d’amore: un’idea che si ritrova in tutti gli scritti di Zwingli su tale argomento. Gesù aggiunse alla promessa un pegno, nel caso vi fosse da parte loro una qualsiasi incertezza: come un giovane, nell’intento di rassicurare la sua donna, le dà un anello dicendo: “prendilo, sono io stesso che mi do a te”. E lei, nell’accettare l’anello, ha la certezza che lui le appartiene e distoglie il suo cuore da ogni altro pretendente e per compiacere il suo uomo si volge a lui e a lui soltanto.
L’altra idea sviluppata da Hoen è quella della commemorazione di Cristo in sua assenza. Hoen osserva che le parole: “questo è il mio corpo” sono immediatamente seguite dalle altre: “fate questo in memoria di me”, quindi suggerisce esplicitamente la commemorazione di una persona che è assente fisicamente.
Nell’estate del 1525 il dotto Ecolampadio, Riformatore di Basilea, pubblicò un libro in cui sosteneva che gli scrittori del periodo patristico non sapevano nulla della transustanziazione, né delle idee di Lutero sulla presenza reale, ma tendevano verso una posizione che veniva sempre più accostata al nome di Zwingli.
Zwingli sosteneva che la Scrittura usa diversi tipi di linguaggio, perciò la parola “è” significa talvolta: “è assolutamente identico a”, ma altre volte vuol dire: “rappresenta” o “significa”.
Nel suo trattato Sulla Cena del Signore (1526) egli scrisse: “In tutta la Bibbia troviamo delle figure retoriche, chiamate in greco tropos, ossia un parlare metaforico, che va inteso in un senso diverso. Per esempio in Giov.15 Cristo dice: “Io sono la vite”. Ciò significa che Cristo è come una pianta di vite nei confronti di noi che siamo sostenuti e cresciamo in lui come i tralci crescono dal ceppo […]. Allo stesso modo, in Giov.1, leggiamo: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. La prima parte del versetto è un tropo, poiché Gesù non è un agnello in senso letterale”.
Zwingli conclude dicendo che, ci sono “innumerevoli passi della Scrittura in cui “è” vuol dire “significa”. Il problema da affrontare è dunque di sapere se in quel contesto la parola “è” non può essere intesa in senso letterale. Deve essere compresa in senso figurativo o metaforico. Nelle parole: “questo è il mio corpo”, il termine “questo” indica il pane, e il termine “corpo” indica il corpo che è stato messo a morte per noi. Perciò la parola “è” non può venir presa in senso letterale, perché il pane non è il corpo”.
Ecolampadio sostenne che, “trattando di segni, sacramenti, immagini, parabole e interpretazioni, occorrerebbe intendere le parole in senso figurato e non in senso letterale”.
L’essenziale per Zwingli è il rapporto tra il segno e la cosa significata. Egli si serve di questa distinzione per sostenere che è inconcepibile che il pane potesse essere il corpo di Cristo.
“Il sacramento è il segno di qualcosa di santo. Quando dico: ‘Il sacramento del corpo del Signore’ mi riferisco semplicemente al pane che è simbolo del corpo di Cristo, che fu messo a morte a nostro favore[…]. Ma il vero corpo di Cristo è quello che è seduto alla destra di Dio, e il sacramento del suo corpo è il pane e il sacramento del suo sangue è il vino, cui partecipiamo con rendimento di grazie. Ma il segno e la cosa significata non possono essere identici. Perciò il sacramento del corpo di Cristo non può essere il corpo stesso”. (ZWINGLI, Eine klare Unterrichtung vom Nachtmal Christi (1526), in Z, vol.91 (Lipsia, Heinsius, 1927), pp.796-800)
Per Lutero, Cristo è presente nell’eucaristia. Chiunque riceve il pane e il vino riceve Cristo. Ma Zwingli faceva notare che le confessioni di fede (i credi) e la Scrittura dicono che Cristo è attualmente “seduto alla destra di Dio”. Ciò implica che Cristo non è presente corporalmente nell’eucaristia. Non può trovarsi in due luoghi nello stesso tempo. Lutero sostiene invece che “la destra di Dio” è un’espressione metaforica che non va presa alla lettera.
L’idea di nutrirsi di Cristo, è un’immagine tradizionalmente collegata alla dottrina della transustanziazione. Se il pane è il corpo di Cristo, si può ben dire che mangiandolo il credente si nutre di Cristo. Zwingli insiste nell’affermare che tale immagine biblica va intesa in senso figurato come allusione alla fiducia che si ha in Dio per mezzo di Cristo.
Nella sua ultima opera, la Expositio christianae del 1531, indirizzata a Francesco I, re di Francia, il concetto è chiarissimo: “Mangiare spiritualmente il corpo di Cristo significa aver fiducia, con il cuore e con la mente, nella misericordia e nella bontà di Dio, per mezzo di Cristo, ossia, avere la costante certezza di fede che Dio ci concederà il perdono dei peccati e la gioia della salvezza eterna per merito di suo figlio che ha dato se stesso per noi… Perciò, quando vi avvicinate alla Cena del Signore per nutrirvi spiritualmente di Cristo, voi ringraziate il Signore per questo suo grande favore, per la redenzione che vi libera dalla disperazione, e per il pegno che vi dà la certezza della salvezza eterna”.
Che cosa, dunque, caratterizza il pane della comunione? Che cosa lo rende diverso da un altro pane qualsiasi? Se non è il corpo di Cristo, che cos’è? Zwingli risponde con un’analogia. Pensate all’anello di una regina e vedetelo in due contesti diversi. Potete immaginare che l’anello sia posato su un tavolo, e non ha alcun significato particolare. Ma pensatelo in un altro contesto, ossia al dito della regina come un dono che le ha fatto il re. Esso acquista dei connotati personali che derivano dal suo rapporto con il sovrano, con l’autorità, potere e maestà. In questo caso il valore dell’anello trascende di gran lunga il prezzo dell’oro di cui è fatto. Tutto ciò deriva dal fatto di passare da un contesto a un altro: ma l’anello in sé non cambia per nulla.
Zwingli si serve con particolare efficacia di tale analogia nella sua Expositio Fidei: “L’anello con cui Vostra Maestà è stato fidanzato alla regina Vostra consorte non è da lei valutato solo in quanto oggetto d’oro. E’ d’oro, ma in pari tempo non ha prezzo perché è il simbolo del suo regale consorte. Per questo motivo ella lo considera il più importante di tutti i suoi anelli, e se le capitasse di dover elencare e valutare i suoi gioielli direbbe: ‘Questo è il mio re, ossia, questo è l’anello con cui il mio regale sposo si è fidanzato a me. E’ il segno di un’unione e di una fedeltà indissolubili’”.
L’anello acquista dunque significato e valore secondo il contesto: non sono inerenti, ma acquisiti. Così, dice Zwingli, accade con il pane della comunione. Il pane, come l’anello, in se stesso non si trasforma, ma il suo significato cambia enormemente. Tale significato, ossia ciò che viene associato all’oggetto, può variare senza che vi sia alcuna modificazione nella natura dell’oggetto stesso. Zwingli avanza l’idea che, nel caso del pane e del vino, si realizzi lo stesso processo. Nel consueto contesto giornaliero sono pane e vino ordinati e comuni, senza significato particolare. Ma, trasferiti in un contesto diverso, assumono nuovi e importanti significati. Quando sono messi al centro di una comunità riunita per il culto e quando vengono nuovamente narrate le vicende dell’ultima notte della vita di Cristo, essi diventano efficacissimi ricordi degli eventi che fondano la fede cristiana. Il nuovo contesto dà loro questo significato, ma in se stessi rimangono inalterati.
è vero che ambedue i Riformatori rifiutarono lo schema sacramentale medievale. Il Medioevo aveva identificato sette sacramenti, mentre essi insistevano sul fatto che due soli sacramenti, il battesimo e l’eucaristia (o santa Cena), sono riconosciuti nel Nuovo Testamento. Tuttavia, Lutero e Zwingli non poterono trovarsi d’accordo sul significato delle parole: “Hoc est corpus meum”, di Matteo 26:26, ritenute fondamentali nell’eucaristia. Per Lutero est vuol dire “è”; per Zwingli vuol dire “significa”. Due maniere molto diverse d’interpretare la Scrittura.
mercoledì 18 dicembre 2013
L'aristotelismo di Tommaso e i suoi rapporti tra ragione e fede
L'aristotelismo di
Tommaso e i rapporti tra ragione e fede
La filosofia di Tommaso d'Aquino è
il frutto di un pensiero straordinariamente critico e al tempo stesso
sistematico, che convoglia nell'unità della nozione di "actus
essendi" l'intera produzione speculativa dei secoli precedenti, dando
origine all'edificio più armonico e completo della storia del pensiero umano.
Nell'opera di Tommaso d'Aquino, infatti, confluiscono tutti i sistemi di
pensiero sia classici che cristiani, tutti gli sforzi dell'umana ragione
manifestati attraverso le civiltà anteriori: greca, romana, alessandrina,
patristica, musulmana e scolastica. Tale confluenza non costituisce una sorta
di eclettismo e meno ancora di sincretismo, ma è l'oasi feconda ove la
filosofia si rigenera, immergendosi in un lavacro di luce e di vita; luce e
vita che Tommaso esprime con l'armonia e l'equilibrio del suo genio
sistematizzatore e, nello stesso tempo, innovatore.
Ma l'opera dell'Aquinate non è tutta
qui, e ciò appare evidente se si esamina con serena obiettività la dottrina
limpida e poliedrica del suo genio; in essa infatti non è difficile riconoscere
germi e premesse del pensiero metafisico, logico, antropologico, etico,
politico, pedagogico ed estetico delle epoche successive. La rivendicazione di
valori umani che emerge dal travaglio umanistico-rinascimentale italiano,
l'esaltazione della ragione nel razionalismo illuministico europeo instaurato
da Cartesio, lo stesso criticismo kantiano, il lirismo pseudo-logico
dell'idealismo tedesco, lo spiritualismo italiano, la concretezza vitale
dell'esistenzialismo contemporaneo, sono tutti motivi estratti, talvolta
inconsapevolmente, dall'opera di Tommaso d'Aquino, e sviluppati
soggettivamente, quindi spesso negativamente, secondo le esigenze storiche e
psicologiche dei pensatori che le espressero. Ciò fu possibile perché san
Tommaso non intese costruire un sistema chiuso, limitato a un complesso di
dottrine e di principi, condizionati a determinati schemi, o legati a
particolari esigenze storiche. E per questo che la sua opera non può essere
considerata l'ingenua e forzata "cristianizzazione di Aristotele",
quale sviluppo e approfondimento di quella del suo maestro sant'Alberto Magno,
come spesso e da molti critici si afferma. San Tommaso non intende
cristianizzare Aristotele, né tanto meno provare le verità della Rivelazione
con l'autorità delle dottrine aristoteliche; ciò sarebbe stato assurdo per il
genio delle distinzioni. E' elementare per san Tommaso rilevare che in tal caso
l'effetto sarebbe sproporzionato alla causa, o meglio che il mezzo non sarebbe
atto al fine, in quanto l'infinito o la sopra-natura non può essere contenuto
né compreso dal finito o dalla natura. Ma allora perché san Tommaso tributa il
culto massimo allo Stagirita, esaltandolo come l'autorità più grande nel campo
del pensiero? Inoltre perché si serve tanto spesso degli argomenti aristotelici
per difendere le verità della dottrina cattolica? Rispondere con la maggior
esattezza possibile a questi interrogativi significa avvicinarsi allo spirito
del grande pensatore, nella sua chiarezza e semplicità. San Tommaso infatti è
nemico di ogni confusione, superficialità, unilateralismo, soggettivismo,
settarismo polemico e sentimentalismo istintivo: le sue caratteristiche sono il
rigore logico, l'obiettività critico-costruttiva, la chiarezza argomentativa e
l'evidenza delle conclusioni in cui la mente riposa, per poi ricondurre tutto
alla verità suprema di Dio.
All'analisi critica che l'Aquinate
conduce intorno alla logica e alla storia del pensiero, appare fondamentale una
distinzione di carattere sia teoretico che pratico: la distinzione tra "recta
ratio" e "fides" E perché tale distinzione sia
storicamente inequivocabile, distingue la produzione filosofica precristiana da
quella che segue l'avvento del cristianesimo, in quanto la prima è frutto
esclusivo della libera attività della ragione, la seconda è opera della ragione
illuminata dalla Rivelazione e sopra-elevata dalla grazia. Con questa
distinzione san Tommaso si inoltra nell'esplorazione critica del pensiero
precristiano sintetizzando le tappe più importanti che la ragione ha raggiunto
con i pensatori classici. Attraverso l'esame comparato di questi luminari del
pensiero antico, vede nell'opera di Aristotele lo sforzo massimo e il risultato
più alto che la ragione abbia mai raggiunto; il sistema aristotelico gli si
presenta come il più omogeneo e il più perfetto, in quanto la filosofia dopo
Aristotele (ellenismo, neoplatonismo, pensiero romano e pensiero islamico), pur
avendo avuto grandi pensatori, non ha espresso verità di un genio capace di
superarlo. E' comprensibile dunque che san Tommaso, impegnato a individuare
criticamente la natura, il valore e la funzione della ragione, consideri
Aristotele la fonte più autorevole, l'argomento più probante del valore critico
della ragione umana.
Veniamo ora alla seconda domanda:
perché cioè san Tommaso per provare la razionalità della fede ricorre agli
argomenti aristotelici; ciò infatti potrebbe apparire come un'assurdità, poiché
Aristotele, per quanto appaia il pensatore più razionalmente perfetto, nulla
può aver congetturato della Rivelazione cristiana. Quindi il suo pensiero, pur
essendo particolarmente valido nel campo della ragione, non potrebbe servire a
provare anche verità che superano le possibilità di conoscenza (diretta o
indiretta) della natura, perché patrimonio della fede rivelata, proposta dalla
Chiesa nei suoi dogmi e studiata dalla teologia. Ma questa argomentazione cade
nel vuoto quando si comprende che la verità cristiana, super-razionale per sua
natura, è stata rivelata concretamente all'uomo razionale, a quella stessa
ragione cioè di cui si è sempre valso l'uomo per fare filosofia: e i geni
dell'antichità e lo stesso Aristotele, che da san Tommaso non a torto è considerato
il più grande, fanno parte di quella specie, di quella identica natura. Ora si
deve tenere presente che la super-razionalità è qualcosa di ben distinto e
diverso dalla irrazionalità; infatti la sopra-natura non esclude la natura, ma
la presuppone come elemento essenziale, come condizione necessaria
all'efficacia della sua azione.
Perciò, se la Rivelazione presuppone
necessariamente la conoscenza razionale, tale presupposto dovrà essere il
valore fondamentale da cui ha inizio l'elevazione umana dalla razionalità alla
super-razionalità, cioè dalla mera umanità alla partecipazione della stessa
divinità. Ne consegue che tale elevazione non può attuarsi irrazionalmente,
facendosi cioè guidare dai sentimenti pseudo-mistici di plotiniana memoria,
spesso troppo esaltati, anche se in modo diverso, dai teologi come san Bernardo
di Chiaravalle e Guglielmo di Saint-Thierry. Per l'Aquinate l'elevazione deve
procedere coscientemente, cioè razionalmente e liberamente. Tale
processo richiede uno sforzo da parte della ragione, con cui l'uomo giudica,
con le proprie capacità intellettive, la Rivelazione in relazione alla sua
natura, e da questo giudizio ne attua l'adesione con la sua libera volontà. La
ragione del credente, dunque, sente tutta l'esigenza di giudicare la sua
natura, non solo secondo le sue capacità, che sono limitate, ma anche con
l'ausilio di quei geni del pensiero i quali, trascorrendo la loro esistenza
nella ricerca del vero e del bene naturale, raggiunsero fecondissimi risultati.
San Tommaso non si serve dunque dell'aristotelismo per "provare" il
dogma rivelato, ma invoca l'autorità di Aristotele per dimostrare che la
Rivelazione non si oppone alla ragione, non mortifica cioè le esigenze critiche
del pensiero. Un procedimento analogo è seguito da Dante: Virgilio infatti è la
pietra di paragone, la condizione necessaria perché il poeta possa dirigersi
verso Beatrice e ricevere da lei la luce della mistica visione. Senza la
ragione è impossibile l'accesso ai misteri soprannaturali. Virgilio impersona
la natura razionale per Dante, così come per san Tommaso l'opera aristotelica
rappresenta il frutto migliore della ragione umana. Non per provare il valore
della Rivelazione Tommaso invoca Aristotele, ma per rendere comprensibile logicamente
e mostrare la possibilità razionale della libera accettazione di una
verità soprannaturale che, per quanto indimostrabile razionalmente, non
contrasta con le leggi della ragione, anzi ne è conferma e potenziamento,
come la stessa storia della filosofia dimostra con gli sviluppi speculativi
determinati dalla Rivelazione.
Per comprendere i motivi
intrinsecamente razionali della adozione di Aristotele da parte di san Tommaso
è utile riportare qui il brano centrale di un celebre saggio di Etienne Gilson,
il quale ha saputo mettere in evidenza come l'aristotelismo di Tommaso d'Aquino
sia una necessità teoretica, derivante dall'intuizione metafisica
dell'intelligibilità intrinseca del reale, non sufficientemente garantita dal
platonismo; san Tommaso non esita per questo ad allontanarsi da sant'Agostino;
egli aveva ben visto - scrive Gilson - che ci sono solo due opzioni metafisiche
fondamentali:
"Da una parte c'è Platone
che porta alle estreme conseguenze logiche il materialismo e lo scetticismo dei
filosofi, i quali dicevano che non esistono altro che corpi e altra conoscenza
che la sensazione; i corpi però sono soggetti a incessante mutamento e i sensi
si contraddicono continuamente, e quindi così noi non possiamo attingere la
verità; è per questo che Socrate rinuncia alla filosofia della natura e si
dedica alla filosofia morale, mentre il suo discepolo Platone trasporta nel
mondo intelligibile delle idee tutta la realtà e tutta l'intelligibilità delle
cose; e da allora in poi tutti i platonici considereranno questo mondo di forme
pure come la sorgente di ogni efficacia e di ogni verità. Dalla parte opposta
c'è Aristotele che respinge lo scetticismo implicito nell'opzione platonica e
porta alle estreme conseguenze questo rifiuto, pensando che ci sia un elemento
di stabilità negli enti sensibili e che i sensi non si ingannano quando
giudicano in condizioni normali del loro proprio oggetto; di conseguenza, le
cose sono necessariamente intelligibili in sé stesse [ ... ]. Optare a
favore della dottrina di Aristotele contro quella di Platone significava per
san Tommaso ricostruire la filosofia cristiana su basi diverse da quelle di
sant'Agostino" [Pourquoi saint Thomas a critiqué saint Augustin,
in "Archives d'Histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age", 1
(1926-1927)].
La metafisica e la teologia naturale.
La soluzione del problema metafisico
per san Tommaso costituisce il fondamento indispensabile, il presupposto
necessario di tutta la speculazione filosofica. La trattazione di questo
problema, perciò, occupa la sua indagine in tutte le opere, come elemento
inscindibile di tutti i problemi filosofici, di tutti i settori del sapere non
solo naturale, ma anche della Rivelazione. Proprio per questo si dice
giustamente che san Tommaso è genio eminentemente metafisico che completa,
approfondisce e supera lo stesso Aristotele. Tutto il problema metafisico
infatti, è semplificato e trattato da Tommaso, alla luce della nozione di
essere, che la ragione possiede come prima conquista, sia di sé che di ciò
che la circonda.
Siamo già di fronte a una profonda
innovazione del problema che non ci può permettere di ripetere, con molti
critici, che la metafisica di Tommaso altro non è se non una elaborazione di
quella di Aristotele. Se tutta la scienza metafisica per Tommaso è fondata
sulla nozione di essere, ne consegue la necessità di una coscienza
metafisica; perciò per apprendere e individuare l'oggetto sarà necessaria
la coscienza del soggetto apprendente ed individuante. Come si vede Tommaso non
considera l'oggetto come qualcosa di assolutamente indipendente dal soggetto,
ma lo giudica in relazione al soggetto, cioè in rapporto alla coscienza
con cui detto oggetto è appreso e giudicato; il primo principio della
metafisica tomista è sintesi di soggetto e oggetto, quale prima autorivelazione
della ragione che si apprende come coscienza dell'essere in quanto verum,
cioè intelligibile; la verità, infatti, è per san Tommaso percezione
intellettuale dell'adeguamento del soggetto conoscente all'oggetto conosciuto:
"adaequatio intellectus ad rem" o "adaequatio intellectus
et rei" (Summa theologiae, I, q. 16, a. 1). Perciò errano
coloro che giudicano il pensiero dell'Aquinate alla luce di un arido
oggettivismo, ignorando la ricchezza e la fecondità del soggetto, quali il
genio di Agostino aveva saputo valorizzare e Tommaso ha fatto sue.
L'essere e l'essenza
Per Tommaso la realtà è l'essere degli
enti; non solo l'opaca e insignificante presenza del singolo ente quale mi
appare nelle sue manifestazioni fenomeniche, percepite dai sensi, ma l'essere
in quanto tale, cioè la realtà appresa e intesa razionalmente in un "quid"
che è e, per il fatto che è, esiste. Dalla coscienza ontologica
perciò abbiamo l'essere come primo valore metafisico e l'esistenza
quale effetto immediato e necessario di essa. La coscienza
ontologica, dunque, è la valorizzazione dell'essenza aristotelica, mediante l'"actus
essendi" che per Tommaso ne è la base, il fondamento: l'atto di
essere, infatti, è l'essere stesso come atto; nei suoi confronti, la potenza
che lo riceve e lo limita è appunto l'essenza; di qui che tra l'essere e
l'essenza di un ente concreto debba esserci una specifica distinzione. Tale
distinzione è necessaria per comprendere la diversità di valore che intercorre
tra l'essenza (astratta) di un ente e la sua concreta esistenza; infatti
non tutti gli enti, per il fatto che si apprendono come possibili in base a
un'essenza astratta conosciuta, hanno di fatto l'esistenza, in quanto questa è
una determinazione attuale percepita dalla coscienza ontologica tramite i
sensi; quindi è un aspetto particolare dell'ente che connette l'oggetto
al soggetto che l'ha appreso come ente, cioè come essenza che si dà nella
realtà, in base alla nozione di essere, nozione universalissima e trascendente
che sostanzia la coscienza soggettiva. L'esistere dunque, non è
l'essere, ma ne è una determinazione, una particolare attuazione che la
ragione coglie e giudica attraverso i sensi che lo avvertono.
Le categorie
Come abbiamo visto, l'essenza per
san Tommaso è quello che era per Aristotele, ossia "ciò che una cosa
è", mentre l'esistenza è attività di ciò che è, atto di essere;
così la sostanza si può dire sinonimo di ente, in quanto è considerata "ente
in sé esistente" mentre l'accidente è ciò che non ha in sé la
ragione di essere; perciò "accidens est ens in alio". La causa è
l'origine dell'ente mentre l'effetto ne è il prodotto; il fine è
il motivo fondamentale di tutti gli atteggiamenti esistenziali dell'essere,
nelle sue determinazioni sia generiche che specifiche; tali determinazioni, per
san Tommaso, sono appunto le categorie.
L'essere dunque è la "prima
notitia" metafisica della realtà, sia soggettiva che oggettiva, intesa
come nozione originaria della mente che crea la coscienza ontologica. Non si
tratta di una concezione dell'essere statica, alla maniera di Parmenide, ma di
una visione metafisica realistica, con fondamento logico nella prima
evidenza del senso comune, che è quella del mondo come insieme di enti diversi;
la nozione tommasiana dell'essere non esclude insomma la molteplicità del
reale. L'essere infatti è conosciuto da noi come "esse commune
rerum", l'atto fondamentale e originario che cogliamo come elemento
comune di un insieme innumerevole di enti, tra i quali noi stessi e le cose che
apprendiamo per mezzo della sensazione. In tal modo tornano a risplendere di
nuova luce il concetto socratico, l'idea di Platone, l'essenza
aristotelica e la verità agostiniana, in una sintesi metafisica che
rivela l'armonia e il progresso con cui san Tommaso contribuisce alla storia
del pensiero.
Sicché il mondo della nostra
esperienza è costituito da una molteplicità di enti; ciascuno di essi risulta
composto di materia e di forma: di materia, intesa come capacità o
potenzialità a divenire; di forma, come attuazione di detta capacità o
possibilità.
Ogni ente, nella sua individualità e
perfettibilità, è ordinato alla realizzazione di sé, anche in rapporto con gli
altri esseri. Si tratta di una molteplicità di esseri di cui la ragione non
solo constata l'ordine e l'armonia, ma cerca l'origine, cioè la causa, per
possederne il valore. Ora il molteplice, essendo per sua natura contingente,
deve postulare l'Uno necessario; vi deve essere cioè un principio
trascendente e assoluto il quale, oltre a costituire l'efficienza e il fine
di tutti gli esseri, come aveva insegnato Aristotele, deve esserne, per san
Tommaso, causa libera, assoluta ed eterna, che lo produce dal nulla e
lo governa con quella sapienza e armonia con cui si manifesta.
Gli enti molteplici di cui è
costituito l'universo sono distinti l'uno dall'altro per la loro individualità,
caratterizzata dalla propria natura ontologica di materia e forma; sicché il
principio della individuazione dell'essere è, per san Tommaso, "materia
quantitate signata", cioè la determinazione quantitativa che la
materia riceve dalla forma: "materia quae sub determinatis
dimensionibus consideratur". Ciò riguarda la metafisica del molteplice
cosmico, cioè la cosmologia; il mondo però è considerato da san Tommaso
come un organismo in cui ciascuna parte, pur avendo ordine e individualità per
sé stessa, contribuisce efficacemente all'armonia e perfezione dell'insieme.
Queste sostanze, al pari degli
esseri cosmici, postulano metafisicamente una causa da cui hanno avuto il
loro essere. Tale causa non può essere un cieco impulso, inteso come
animazione della materia: se così fosse non ne potrebbe risultare ordine e
perfezione; né può essere una natura materiale, giacché si confonderebbe con il
molteplice, e non potrebbe essere causa delle sostanze immateriali; non può
essere neppure una potenza misteriosa, immanente negli esseri. inaccessibile
alle capacità razionali, poiché è proprio la ragione a rendersi conto
dell'impronta razionale e trascendente di cui è sostanziato l'intero universo.
Ne consegue che il molteplice, sia materiale che spirituale, è effetto di una
causa, o meglio è opera di un Essere incausato e causante, trascendente e
personale, la cui natura contiene in sé in modo eminente, infinito
ed eterno, tutto il valore ontologico e perfettivo che la ragione
riscontra nell'insieme degli esseri molteplici. Siamo giunti così al culmine
del problema, alla ricerca cioè dell'Essere-causa, dell'Uno-principio, donde ha
origine il molteplice degli enti e anche il fine del loro dinamismo. Tale
indagine ci trasferisce dal problema metafisico a quello teologico, rimanendo,
s'intende, sempre nel campo della ragione naturale.
Dio è l'Essere come Soggetto e
Persona, "ipsum esse subsistens", "ens participialiter
sumptum", che liberamente crea e perciò trascende l'universo: è causa
assoluta a cui ciascuna realtà deve la sua esistenza e tutte le sue
perfezioni, sia attuali che possibili. Ossia, "ens" come
participio presente del verbo "esse"; qui san Tommaso si rifà
sempre, nei suoi scritti, a come Dio si è rivelato a Mosè (cfr. Libro
dell'Esodo, 3, 14) dicendo che il suo nome proprio è "Colui che
è" (in ebraico Jahvè); dai primi filosofi cristiani (che abbiamo studiato
nel cap. VI) ai grandi dottori scolastici, la metafisica ha come fulcro
speculativo, assolutamente originale rispetto ai Greci, l'autorivelazione di
Dio, quella che Etienne Gilson chiama la "metafisica dell'Esodo" (cfr
L'esprit de la philosophie médiévale, Vrin, Parigi 193 l; God and
Philosophy, Yale Univ. Press, New Haven 1939). La sua natura è infinita
e onnipotente, la sua essenza è perfezione in atto, perciò
nel suo essere non si può dare alcuna distinzione tra essenza ed esistenza. Tale
distinzione infatti, è necessaria per spiegare la costituzione ontologica degli
enti molteplici e finiti, ossia "entia nominaliter sumpta", nei
quali l'essenza indica la potenza, e l'esistenza esprime l'attuazione
di tale potenza; ma in Dio non può aver luogo alcuna potenza, in quanto la
sua essenza è atto purissimo, cioè perfezione totale e inesauribile
eternamente in atto.
Ma - si domanda giustamente Tommaso
-, come si spiega la creazione? Se Dio è purissimo atto, semplicità assoluta,
come può produrre l'essere di enti materiali, limitati, diversi tra loro e, si
può dire, contrastanti con la natura del Creatore? La sapienza classica in genere,
specialmente con Platone e Aristotele, aveva affermato l'eternità del mondo,
ma rimaneva la difficoltà metafisica secondo la quale non si può ammettere
l'eternità di enti per loro natura contingenti, mutabili e corruttibili,
poiché l'eternità è immutabilità, incorruttibilità, necessità e perfezione. Né
d'altra parte il mondo può essersi dato da sé l'esistenza, giacché ogni effetto
dipende da una causa che l'ha prodotto e il contingente non può essere causa
di sé stesso; rimane da vedere come ha fatto Dio a crearlo. La creazione è attività
libera, propria alla natura divina, con la quale, ab aeterno, si
hanno dal nulla le creature. Dio non genera il mondo, non produce gli esseri
derivandoli (come immaginava Plotino) dalla sua essenza spirituale, ma li trae
dal nulla con l'atto eterno del suo pensiero onnipotente; perciò si spiega
come la natura cosmica, pur essendo diversa da quella spirituale, sia anch'essa
effetto della creazione, della perfezione e della provvidenza di Dio. Sicché la
creazione di cui parla la Rivelazione, esaminata alla luce critica della
ragione, costituisce per san Tommaso un valore positivo della ragione, una
conquista irrinunciabile del pensiero. Ciò non significa che l'Aquinate voglia
razionalizzare la fede, sottoponendola e costringendola indebitamente al vaglio
della comprensibilità meramente razionale, ma si tratta di una elevazione delle
facoltà umane, con la quale la ragione acquista sempre più coscienza del suo
valore non contrastante ma in relazione intima con le verità eterne che Dio ha
rivelato all'uomo.
Le cinque "vie" per
arrivare alla certezza metafisica che esiste Dio come prima Causa efficiente e
finale
Alla stessa maniera san Tommaso
procede per provare l'esistenza di Dio; a tale proposito osserva che
l'argomento di sant'Anselmo (cfr cap. IX) non costituisce una prova vera e
propria dell'esistenza di Dio, poiché in esso non viene distinto
metafisicamente l'essere logico (o possibile) da quello reale (o sussistente).
Non a priori dunque ma a posteriori si può provare l'esistenza di
Dio, precisamente attraverso cinque argomenti, le celebri "cinque
vie", che si richiamano in parte al processo dimostrativo aristotelico e
che sono elencate nella Summa theologiae, 1, q. 2, a. 3 come cinque
diversi argomenti (nella Summa contra gentiles san Tommaso adopera
invece solo l'argomento del divenire, della causalità, dei gradi di perfezione
e dell'ordine: manca la "terza via").
1) La prima via riguarda il moto,
ossia il movimento a cui tutte le cose sono soggette e che implica un "motore",
ossia una causa motrice: "Se dunque l'ente da cui una cosa è mossa -
insegna san Tommaso - è a sua volta mosso [cioè, è soggetto al
movimento], è necessario che sia mosso da altro e questo da altro ancora: ma
non si può così procedere all'infinito, perché allora non vi sarebbe un primo
motore e per conseguenza non vi sarebbe nessun motore, in quanto i motori
secondi non muovono se non sono mossi dal primo [...]; perciò è
necessario giungere a un primo motore non mosso da altro: in esso tutti riconoscono
Dio". Qui, come nelle altre "viae", il punto di partenza
della dimostrazione non è di tipo "fisico" (in senso moderno, cioè
limitato ai corpi materiali e alla loro valutazione in termini di scienza
sperimentale) ma di tipo metafisico: il termine "motus", applicato -
come fa san Tommaso - a tutti gli enti in generale, indica il
"divenire", il passaggio dalla potenza all'atto, ossia la condizione
metafisica di base di ogni ente limitato e contingente, quali sono
assolutamente tutti gli enti creati: solo Dio infatti è l'Essere perfetto che
non "si muove", nel senso che non può né perdere né acquisire una sua
perfezione entitativa. Fatta questa precisazione si capisce che le obiezioni
moderne alla "prima via" che mettono in questione la concezione del
"moto" in senso fisico (cioè secondo quello che le scienze
fisico-matematiche considerano moto nel tempo e nello spazio) si basano su un
fraintendimento: san Tommaso non parla solo di moto "locale" (nel
luogo e nel tempo) né in generale di moto "fisico", ma di moto in
senso metafisico, che è una evidenza di senso comune, perché tutti si accorgono
che le cose cambiano incessantemente, in tutti i sensi. Si tratta insomma
dell'evidenza da cui partiva Eraclito quando ricordava che tutti gli enti
dell'esperienza subiscono il movimento.
2) La seconda via ha per oggetto la causa
efficiente e consiste in uno sviluppo dell'argomento del motore immobile;
tutto il creato infatti è ordinato da una connessione di cause efficienti, le
quali, a loro volta, essendo effetti di altre cause, l'una connessa all'altra,
richiedono necessariamente un principio efficiente che non sia effetto di altri
e sia causa prima di tutte: "Dunque è necessario - insegna san
Tommaso - porre una prima causa efficiente che tutti chiamano Dio".
3) La terza via è connessa alle
prime due e riassume l'esigenza metafisica secondo la quale la contingenza degli
enti implica l'essere necessario, e non un necessario relativo ma un necessario
assoluto: "Perché - afferma san Tommaso - bisogna porre qualcosa
che sia necessario per sé e non abbia in altro la causa della propria
necessità, ma sia causa della necessità degli altri".
4) La quarta via si occupa dei "gradi
dell'essere", e così dalle perfezioni limitate si giunge a quella
infinita; ogni essere infatti contiene un grado di perfezione rispondente alla
sua natura: "Esiste dunque qualcosa - insegna san Tommaso - che
è causa dell'essere, della bontà e di qualsiasi perfezione di tutti gli esseri
che noi chiamiamo Dio".
5) La quinta via ha per oggetto l'ordine
sapiente che tutti gli enti, sia razionali che irrazionali, esprimono,
essendo per natura diretti sempre a un fine che indica bene e perfezione:
"Ora - conclude san Tommaso - le cose prive di conoscenza non
tendono al fine se non sono dirette da un essere, conoscente e intelligente,
come la freccia dell'arciere. Vi è dunque un essere intelligente da cui tutte
le cose naturali sono ordinate a un fine, e questo essere noi lo chiamiamo Dio".
L'esperienza comune è il punto di
partenza delle "vie"
Come si vede, il processo
dimostrativo tomistico è caratterizzato da una base oggettiva ed empirica che
lo differenzia da quello dell'agostinismo (sant'Agostino, sant'Anselmo, san
Bonaventura, ecc.). San Tommaso infatti non accetta la possibilità di una
conoscenza di Dio per immediata e mistica intuizione, ma procede secondo una
indagine schiettamente razionale nella quale i dati fondamentali
dell'esperienza sono gli strumenti di cui la ragione si serve per acquistare la
coscienza critica dell'esistenza di Dio. Con ciò non si può affermare che
l'Aquinate non abbia fiducia nella contemplazione mistica; questa per san
Tommaso sarà efficace come coronamento ed elevazione, allorché la ragione dal
suo livello naturale si trasferisce coscientemente e liberamente nel livello divino,
non più attraverso l'esperienza, ma per mezzo della Rivelazione e della fede; a
prova di ciò basta sapere che san Tommaso è uno dei più grandi mistici della
storia.
Lo schema logico delle "cinque
vie" conferma che si tratta di un'argomentazione a base fortemente
empirica e pertanto capace di ottenere il consenso di chiunque comprenda
l'universalità e l'evidenza degli aspetti che san Tommaso prende in
considerazione per cercarne filosoficamente il fondamento. Ecco come Battista
Mondin presenta tale schema logico, basato su quattro momenti: "1) Si
attira l'attenzione su un determinato fenomeno (il divenire, la causalità
secondaria, la possibilità, i gradi di perfezione, il finalismo); 2) si
evidenzia il suo carattere relativo, dipendente, causato, vale a dire la sua
contingenza: ciò che è mosso da altri; le cause seconde sono a loro volta
causate; il possibile riceve l'essere da altri; i gradi di perfezione ricevono
la perfezione da un massimo; il finalismo richiede sempre intelligenza, mentre
le cose naturali in sé stesse ne sono prive; 3) si mostra che la realtà
effettiva, attuale di un fenomeno contingente non si può spiegare facendo
intervenire una serie infinita di fenomeni contingenti; 4) si conclude dicendo
che l'unica spiegazione valida del contingente è Dio: Lui è il motore immobile,
la causa incausata, l'essere necessario, il sommamente perfetto, l'intelligenza
ordinatrice suprema" [BATTISTA MONDIN, Il sistema filosofico di
Tommaso d'Aquino, II ed., Massimo, Milano 1992, p. 195]. Da questo
schema logico deriva che ciascuna "via" e tutte le "vie"
nel loro insieme, pur essendo una rigorosa e geniale dimostrazione metafisica,
confermano ed esaltano la certezza che di Dio hanno tutti gli uomini per via
del senso comune; tale certezza è intuitiva e universale (sia pure non espressa
o male espressa), ma pur sempre basata su una inferenza, non sull'evidenza
immediata di Dio. Infatti san Tommaso, prima di esporre le prove dell'esistenza
di Dio ha cura di ribadire che noi non possiamo avere una conoscenza di Dio immediata,
ma dobbiamo partire da ciò che è immediato - il mondo, le cose
dell'esperienza conosciute attraverso i sensi - per arrivare con il
ragionamento all'evidenza (mediata, appunto) di una prima causa trascendente,
che è l'Essere sussistente. San Tommaso rifiuta dunque ogni ipotesi di
ontologismo; ma, se si comprende bene la differenza tra "evidenza
immediata" e "evidenza mediata da una inferenza", si comprenderà
anche che quest'ultima può essere non solo scientifica (cioè
consapevole, rigorosa e capace di dialettica per convincere gli altri) ma anche
spontanea, intuitiva, popolare, comune a tutti (come è appunto la
certezza del senso comune), e quella prima non fa che confermare questa
seconda. Su questo punto, insomma, non c'è sostanziale disaccordo tra
san Tommaso e san Bonaventura.
Dio è conosciuto, sia pure
imperfettamente, nella sua essenza, grazie all'analogia dell'essere
Dio dunque esiste, noi lo conosciamo
certissimamente come l'Essere, in quanto è Lui la causa che crea dal
nulla l'universo e lo governa con ordine e amore infinito. Ma che cosa si può
sapere intorno alla divina essenza? Come può la ragione umana comprendere la
natura di Dio? Tale pretesa non contiene forse l'errore dell'antropomorfismo? E
come può l'uomo ragionare di Dio senza evitare il pericolo di tale errore? Sarà
forse costretto a concludere con l'agnosticismo, rifugiandosi poi nel
misticismo irrazionalistico? San Tommaso, come già si è osservato, non ha
queste preoccupazioni, e dimostra con semplicità e chiarezza come il pericolo
dell'antropomorfismo e lo scoglio dell'agnosticismo teologico possono essere
nettamente eliminati con la dottrina dell'analogia.
Per l'intelligenza di tale dottrina
è necessario anzitutto tenere presente la triplice distinzione di termini, o
concetti, che caratterizza le relazioni tra gli esseri, il loro genere e la
loro specie, cioè il triplice concetto di equivocità, univocità e analogia:
a) il termine equivoco riguarda
il concetto che si applica a più esseri con significato del tutto diverso, come
per es. il termine "gallo" attribuito all'abitante della Gallia e il
termine "l'orsa" riferito alla costellazione, sono termini diversi e
contrastanti (quindi equivoci) da quello che si riferisce a due animali, il
gallo e l'orsa, propriamente detti.
b) il termine univoco è quello che
conviene a molti esseri in modo identico, come ad es. il termine di animale
bruto a ciascun animale e il termine di uomo a ciascun individuo razionale;
c) il termine analogico è quello che
si applica a molti esseri con un modo di significare che è in parte equivoco e
in parte univoco; si tratta di "termini medi - aveva insegnato
sant'Alberto Magno - tra quelli univoci e quelli equivoci, e sono attribuiti
agli oggetti secondo la sostanza, rispetto a uno a cui sono proporzionati".
Ciò premesso, san Tommaso esclude
che si possa parlare di Dio in senso equivoco (contro l'agnosticismo) o
in senso univoco (contro l'antropomorfismo); rimane perciò il senso analogico,
con cui si giunge alla coscienza della essenza divina indirettamente, secondo
l'analogia che si può stabilire criticamente per via di affermazione,
rimozione ed eminenza. Tali modi di concepire analogicamente Dio -
che san Tommaso riprende dallo Pseudo-Dionigi (cfr cap. IX, 1) - consistono
concretamente in questo:
I) affermazione significa
considerare che ogni creatura contiene un complesso di perfezioni, come
l'essere, l'esistere, la vita, l'intelligenza, la libera volontà, la bontà, la
bellezza, ecc.; queste perfezioni sono valori positivi che la creatura non si
può dare da sé, ma li riceve dall'autore che dal nulla l'ha creata. Ora,
siccome nessuno può dare ciò che non ha, ne consegue che Dio deve avere in sé
almeno quelle perfezioni di cui sono fornite le creature;
II) rimozione significa che,
negli enti, oltre alle perfezioni si notano le imperfezioni, caratterizzate dal
limite metafisico al quale sono soggetti, come la finitezza, la potenzialità,
la gradazione (da quelli meno perfetti a quelli ontologicamente più perfetti).
Queste imperfezioni sono dovute al fatto che tutte le creature per natura sono
soggette alla causa che le ha tratte dal nulla, cioè a Dio. Sicché tali
imperfezioni devono essere rimosse dalla nozione della natura divina, in quanto
Dio è atto purissimo, Essere metafisicamente per sé sussistente;
III) eminenza vuol dire che,
se le perfezioni degli esseri creati sono proporzionate al loro limite e al
loro grado di essere, è evidente che nella natura divina si devono trovare in
grado eminente, cioè illimitate e infinite, secondo l'infinità e l'eternità di
Dio stesso. Da ciò si deduce che Dio va concepito come "Colui che è",
cioè pienezza di essere, di vita, d'intelligenza, di libera volontà; è tutto
l'amore, tutta la giustizia, tutta la potenza, tutta la sapienza, la verità
assoluta.
Su queste basi critiche - la
teologia razionale, che giustifica al livello scientifico le certezze del senso
comune, che costituiscono già di per sé i necessari "praeambula
fidei" - l'Aquinate costruisce l'edificio della teologia
soprannaturale (da lui denominata "sacra doctrina") alla luce
della Rivelazione nonché delle dottrine dei Padri e di tutta la tradizione
cristiana, con tale coerenza e profondità da divenire nei secoli, fino a oggi,
la guida riconosciuta dei teologi.
Analogia di attribuzione e di
proporzionalità
San Tommaso distingue una duplice
forma di analogia: di attribuzione e di proporzionalità. L'analogia
di attribuzione intercorre tra realtà che possono essere designate con uno
stesso termine, ma in ciascuna delle quali la nozione significata dal termine
si trova in modo del tutto diverso, in quanto in una di tali realtà la nozione
stessa si trova intrinsecamente e formalmente, mentre in tutte le altre
realtà si trova in modo estrinseco e solo in dipendenza da quella unica
cosa e in ordine ad essa; quest'ultima si chiama "analogato
principale" mentre le altre realtà si chiamano "analogati
inferiori". L'esempio classico è quello della salute, nozione analoga che
viene attribuita in maniera propria all'essere vivente (analogato principale) e
in modo subordinato e derivato ai cibi, all'aria, agli esercizi fisici, ecc.
(analogati inferiori). è, chiaro che il rapporto tra l'ente analogato
principale e gli enti analogati inferiori è un rapporto di causalità estrinseca
(efficiente e finale): nell'esempio che abbiamo fatto, certi cibi e certi
esercizi fisici vengono detti "sani" in quanto causano (contribuiscono
a causare o mantenere) la sanità dell'uomo (cfr Quaestiones disputatae de
veritate, q. 21, a. 4; In I librum Sententiarum, d. 19, q. 5, a. 2).
L'analogia di proporzionalità si verifica invece tra termini che hanno come
referente degli enti che posseggono tutti intrinsecamente la nozione indicata
nel termine stesso, sia pure non in modo identico ma solo somigliante;
l'analogia di proporzionalità, a sua volta, si suddivide in "propria"
e "metaforica" (quest'ultima è usatissima in poesia, ma anche nel
linguaggio comune, come quando l'aggettivo "ridente" si applica a una
cittadina). Il caso più importante in cui il linguaggio umano fa uso dell'analogia
di proporzionalità propria è quando si dice che il mondo e Dio
"sono": le cose create e il Creatore hanno in comune l'essere, anche
se "sono" in modo diverso; li unisce una somiglianza proporzionale
propria, avendo con l'essere un intrinseco rapporto di possesso, quantunque in gradi
e in modi del tutto diversi (Quodlibetales, 9, a. 3). "La
dipendenza causale - osserva Raimondo Spiazzi - è il fondamento
ontologico che rende possibile l'analogia di attribuzione nell'ordine
gnoseologico; la trascendenza delle proprietà analoghe - che si infrangono nei
diversi termini proporzionali costituendoli in reciproche somiglianze - è il
fondamento dell'analogia di proporzionalità nell'ordine gnoseologico. Se noi
possiamo stabilire dei rapporti o proporzioni o analogie tra la creazione e Dio
è perché nella realtà stessa esistono dipendenze e somiglianze: fondamenti di
analogia" [RAIMONDO SPIAZZI, Natura e grazia: fondamenti
dell'antropologia cristiana secondo san Tommaso d'Aquino, Ed. Studio
Domenicano, Bologna 1992, p. 46].
Fecondità filosofica del
principio di analogia
Gli studiosi contemporanei hanno
riscoperto nel principio tomasiano di analogia un fecondo indirizzo
metodologico, ossia "un modo di argomentare rigoroso che, in forza di
quell'intellettualismo possibile grazie all'analogia e che si colloca agli
antipodi del razionalismo, non elimina il mistero (come giustamente pretende la
sensibilità contemporanea) ma non rinuncia neppure a usare discretamente della
ragione anche a quei livelli superiori che si rivelano decisivi per dare significato
alla vita umana. [...] In altri termini, l'atteggiamento filosofico
tomasiano, adeguatamente essenzializzato, sembra in grado di contribuire a
gettare un ponte tra i due filoni fondamentali del pensiero contemporaneo tra i
quali c'è scarsa comunicazione: da un lato il filone empiristico e dell'analisi
linguistica, con la sua esigenza di chiarezza, di rigore e di rapporto con le
scienze; dall'altro il filone del pensiero esistenziale ed ermeneutico, con la
sua domanda di profondità" [ANGELO CAMPODONICO, Alla scoperta
dell'essere: saggio sul pensiero di Tommaso d'Aquino, Jaca Book, Milano
1986, p. 205]. San Tommaso al riguardo si esprime invero in modo assai
esplicito, distinguendo ciò che del mistero ci è permesso di conoscere in virtù
dell'analogia e ciò che invece rimane inconoscibile: "Per mezzo degli
effetti - egli scrive - noi sappiamo che Dio esiste e che Egli, in
quanto causa di tutti gli enti, è del tutto trascendente rispetto a essi e del
tutto diverso. Questo è l'estremo e più perfetto esito della nostra conoscenza
nella vita presente, e per questo dice giustamente Dionigi nella Teologia
mistica che noi ci uniamo a Dio senza poterlo conoscere; infatti, di Lui
sappiamo bene che cosa non è, ma non possiamo capire affatto che cosa sia in
positivo. Per questo stato nostro di ignoranza riguardo alla conoscenza più
sublime [sublimissimae cognitionis ignorantia], la Scrittura dice che
Mosè si avvicinò alla nube impenetrabile nella quale era Dio" (Summa
contra gentiles, III, c, 49).
Messaggio per l'Avvento
Il cap. 25 del Levitico, dopo le prescrizioni relative
all’anno sabatico, così ordina: “Conterai pure sette
settimane d'anni: sette volte sette anni; e queste sette settimane d'anni ti
faranno un periodo di quarantanove anni. Poi,
il decimo giorno del settimo mese farai squillar la tromba; il giorno delle
espiazioni farete squillar la tromba per tutto il paese. E santificherete il
cinquantesimo anno, e proclamerete l'affrancamento nel paese per tutti i suoi
abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognun di voi tornerà nella sua proprietà, e
ognun di voi tornerà nella sua famiglia”. La chiamata giubilare non era una
chiamata al culto o perlomeno non lo è nell’accezione precisa del termine,
perché le prescrizioni di Lev. 25 non comportano sacrifici. Ma poiché per
l’ebreo ogni precetto eseguito è culto, si può dire che per Israele l’anno del
giubileo è il più grande culto. La sua fondazione religiosa è il sabato, che
attraverso il ritmo settenario determina l’anno sabbatico e, quindi, il giubileo
quale conclusione di sette cicli sabbatici: ciò vuol dire che, come nel sabato,
l’uomo deve sospendere il proprio dominio sul mondo e deve restituirlo a Dio,
riconoscendosi ospite di Dio nella terra di Dio. Qui appare la funzione sociale
del giubileo: se in esso l’uomo cessa di considerarsi creatore e padrone,
cessano anche i debiti e le servitù, i crediti ed i diritti acquisiti. Gli
schiavi ebrei tornano liberi, come nell’anno sabbatico, i debiti decadono, i
campi e le case vendute tornano ai
primitivi proprietari, perché non si formino accumuli di ricchezza e perciò di
potere, e la terra di Israele conservi l’antico catasto stabilito da Mosè e
Giosuè. L’intero paese vive questo anno di libertà: i poderi non arati e non seminati
restano, come gli abitanti, esposti alla grazia di Dio; ognuno è come il primo
uomo dell’Eden ma anche come un bambino che riceve. Non bisogna vedere in
queste immagini una condanna del fare, del lavorare per produrre beni, del
possedere: è divino il comando di dominare la terra e Dio premia con molti beni
i Patriarchi e Giobbe. Ma il sabato, l’anno sabbatico ed il giubileo proclamano
la liberazione da una conseguenza del lavoro e dei beni, cioè dalla dipendenza
di un uomo da un altro uomo. La libertà ebraica vede nella dipendenza da Dio la
totale indipendenza da idoli, re, signori. L’anno giubilare probabilmente non
fu mai attuato, a differenza dell’anno sabbatico che veniva celebrato anche ai
tempi di Erode. Il messaggio del giubileo non risiede nella sua precisa e storica
esecuzione quanto nella tensione che esprime: la tensione ad allargare, da un
tempo ad un tempo più grande, la sovranità di Dio, la fraternità tra gli
uomini, la giustizia e la libertà da tutto ciò che asservisce noi ed il mondo. In
tal senso, il giubileo è una mappa messianica e, proprio come il tempo
messianico, può essere vissuto attendendolo e raccontandolo. Oggi lo si
definirebbe un ideale: ma è proprio dell’ideale rimanere “utopico”, di nessun
luogo. L’uomo biblico crede, non spera, che ciò che tarda avverrà. Di questa
fede il giubileo è un segno, anzi una parabola.
L’augurio per questo Natale 2013 è che questo
tempo di Avvento segni per noi un giubileo dai nostri tanti affanni.
Legittimità dello Stato
Socrate muore per obbedire alle leggi. A Critone che gli ricorda la
sentenza ingiusta e la corruzione della città e la facilità con cui corrompere
i carcerieri, Socrate risponde immaginando di veder apparire la
personificazione delle Leggi e dello Stato. “Che cosa hai intenzione di fare
Socrate”, chiedono le Leggi, “(…) se non distruggere noi che siamo le Leggi… O
ti pare che possa ancora sussistere e che non venga sovvertita quella città in
cui le sentenze emesse non hanno vigore, ma ad opera di privati cittadini
vengono destituite del loro potere e distrutte?”. Platone anticipa, per bocca
di Socrate, le potenzialità dello stato di diritto. Secoli dopo Norberto Bobbio
riflette: “La mia preferenza va al governo delle leggi, non a quello degli
uomini. Il governo delle leggi celebra oggi il proprio trionfo nella
democrazia. Che cos’è la democrazia se non un insieme di regole per la
soluzione dei conflitti senza spargimento di sangue?”. Da queste parole sembra di capire che lo stato
di diritto, con il rispetto delle leggi,
garantisca il raggiungimento del bene comune. In realtà lo stato di diritto è
sicuramente necessario per la realizzazione del bene comune, ma esso non è
sufficiente. Il governo delle leggi deve mantenere un rapporto dialettico con
il governo degli uomini. Lo stato di diritto offre delle preziose garanzie e
tra queste il principio di subordinazione di ogni potere al diritto. Un governo
legittimo è appunto un governo che è creato nei limiti e con le caratteristiche
volute dallo spirito costituente e che, proprio per questo, impedisce qualsiasi deviazione quando viene tentata dagli individui
che di volta in volta lo compongono. È garanzia di uguaglianza perché la
costituzione, come ogni legge, è generale ed astratta. Generale perché si
riferisce sempre a fattispecie funzionali e mai a singoli individui. Astratta
perché non dà un comando che si esaurisce qui ed ora, ma stabilisce un modello,
una regola che dura nel tempo. Ma il governo delle leggi deve essere collocato in
una prospettiva più ampia; solo così perde la tipica rigidità di ogni strumento
e la miopia del formalismo. È proprio il tema della libertà che denuncia
l’aspetto necessario ma non sufficiente dello stato di diritto. Cosa dovrebbe
essere in fondo una legge se non il programma di una realizzazione? Una
comunità sovranamente si impone uno scopo ed indica gli strumenti per
raggiungerlo. Lo spirito costituente deve essere riscoperto in ogni stagione.
L’esercizio critico deve continuamente combattere le astuzie della retorica e
le prevaricazioni degli interessi. Le leggi si cambiano o si mantengono, ma
quel “si” o indica tutti gli uomini e allora la dignità è garantita, o indica
una classe, i suoi interessi e i suoi fiancheggiatori, e allora lo stato di
diritto diviene un astuto espediente per istituzionalizzare la prepotenza.
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